martedì 29 maggio 2007

Comunicato sul risultato delle elezioni

Comunicato della sezione olbiese del movimento costitutivo del PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI sul risultato elettorale delle elezioni amministrative ad Olbia.

La schiacciante vittoria delle destre a Olbia e in altri comuni da’ ragione alle nostre analisi di classe, da sempre sostenute, sulla natura delle due coalizioni che si contendono il potere. La grande borghesia confindustriale, a seguito dei conflitti sociali scatenati dalle misure antipopolari del governo Berlusconi, ha riversato il suo sostegno sulla coalizione di centrosinistra, l’unica in grado di attuare il programma dei padroni e delle banche in assoluta pace sociale, senza scatenare nessun conflitto, a causa della subordinazione ad essa di tutte le sinistre riformiste e socialdemocratiche (Prc, Pdci, Sinistra Democratica) e delle burocrazie sindacali CGIL CISL e UIL, garanti del controllo delle lotte; l’effetto del governo di collaborazione di classe è davanti ai nostri occhi: finanziaria lacrime e sangue per i lavoratori a tutto vantaggio dei padroni, a cui sono stati regalati milioni di euro col taglio del cuneo fiscale, anticipazione di un anno dello scippo del Tfr, probabile innalzamento dell’età pensionabile, tagli alle scuole e ai servizi pubblici, mancato o insufficiente rinnovo dei contratti dei lavoratori (vedi la miseria del contratto degli insegnanti), rifinanziamento delle missioni militari del governo Berlusconi con aggiunta di nuove (vedi Libano), aumenti vertiginosi delle spese militari; della cancellazione della legge 30, inoltre, non se ne vede manco l’ombra e, come avevamo previsto tempo fa, non si vedrà mai per iniziativa del governo Prodi, governo delle banche, a meno che non si faccia abolire con la lotta. Anche sul piano regionale si possono notare gli effetti della collaborazione di classe col governo Soru nella perdita del posto di lavoro di centinaia di lavoratori, ad esempio quelli della formazione professionale, e nella chiusura con cassintegrazione e licenziamenti delle fabbriche in crisi (Palmera e Legler gli esempi più recenti). Così, mentre le sinistre collaborazioniste si impegnano ad attuare i programmi della borghesia e delle banche, garantendo la pace sociale, le destre, attraverso la loro propaganda populista e reazionaria e il loro impianto sovrastrutturale ideologico, trascinano a sé ampi settori di masse popolari delusi e schiacciati dalle misure del governo Prodi, tornando pericolosamente alla luce. Mentre a Olbia le sinistre si subordinano alla coalizione liberale guidata da Nardino Degortes, che si identifica come avanguardia del governo Prodi nella città, il centrodestra reazionario, attraverso le sue campagne xenofobe sulla “sicurezza”, con l’intento di dividere i lavoratori e gli sfruttati, propagandando populisticamente operette pubbliche, e sfruttando il malcontento operaio, rimonta con una vittoria schiacciante.
Dalla seria analisi di questi fatti si possono trarre le dovute conclusioni: la linea collaborazionista delle sinistre si rivela non solo la più adatta alla confindustria per far pagare ai lavoratori il prezzo della crisi del capitalismo e far fare profitti d’oro alla grande borghesia, ma si rivela anche la causa della sconfitta delle stesse sinistre con la perdita della loro base, e il modo migliore per far rimontare le destre reazionarie. L’unica linea politica in grado di salvaguardare gli interessi dei lavoratori e di impedire il ritorno delle destre è quella di classe e rivoluzionaria: o le sinistre collaborazioniste rompono col governo Prodi e con la borghesia o perderanno la propria base sociale. E’ questa la proposta che come Partito Comunista dei Lavoratori facciamo ad esse a tutti i livelli: quella del polo autonomo di classe anticapitalistico in grado di unificare l’opposizione alla borghesia in un programma autonomo dei lavoratori, l’unica linea vincente, come hanno dimostrato le lotte in questi anni. Come militanti del mPCL ci impegneremo con tutte le nostre forze per portare avanti questa istanza davanti ai luoghi di lavoro e nei sindacati confederali e non, a partire dalla necessità dello sciopero generale e di un coordinamento regionale delle lotte in grado di unificare le vertenze di tutti i lavoratori in un programma autonomo e di classe; il primo passo verso questo obiettivo è senza dubbio l’unificazione delle lotte operaie delle fabbriche in crisi, di cui la Palmera ad Olbia è il caso lampante, in un coordinamento autorganizzato dai lavoratori stessi che assuma come obiettivo principale la nazionalizzazione sotto controllo operaio e senza indennizzo ai padroni delle fabbriche in crisi, che licenziano, mandano i lavoratori in cassintegrazione e dislocano la produzione: in sostanza l’unico mezzo per vincere è lottare uniti (cosa che le burocrazie sindacali si guardano bene dal fare), determinati e indipendenti.

venerdì 25 maggio 2007

GRANDI BANCHE E GRANDE TRUFFA

Comunicato di Marco ferrando (portavoce nazionale mPCL)

In un glaciale silenzio generale, le rivelazioni del Sole 24 ore di ieri sulla vicenda Parmalat scoperchiano finalmente la realtà: quegli stessi istituti bancari oggi protagonisti di prestigiose fusioni e sponsorizzati dal " Partito Democratico" risultano responsabili della più grande truffa del capitalismo italiano ai danni dei risparmiatori. Altro che "furbetti del quartierino"! Unicredito e Capitalia, S.Paolo e Intesa, tutto il salotto buono del grande capitale, noto predicatore di sacrifici sociali e moralità pubblica, si rivela un'"associazione criminosa" : scaricare cinicamente 200 milioni di debiti sulle spalle di piccoli risparmiatori ignari e determinarne la rovina, con un evidente gioco di cordata, non merita altri aggettivi. Eppure proprio in questi giorni il governo Prodi regala alle banche truffatrici altri 600 milioni di cuneo fiscale, che si aggiungono all'enorme business della previdenza integrativa! Non hanno nulla da dire le sinistre di governo su questo scandalo clamoroso? Tanto più oggi, il Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori, unica sinistra di opposizione al governo dei banchieri e dei loro amici, rivendica la nazionalizzazione delle banche, sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori, quale elementare misura di igiene morale. Un'alternativa anticapitalistica si conferma come l'unica vera alternativa "etica".
(24 maggio 2007)

mercoledì 23 maggio 2007

Sciopero generale contro il governo Prodi-Padoa Schioppa!

GIU’ LE MANI DALLE PENSIONI!!
NON SI REGALI A PRODI CIO’ CHE SI E’ NEGATO A BERLUSCONI!

Gli scioperi della Fiat di Mirafiori, con cortei e blocchi stradali, contro il nuovo attacco del governo Prodi alle pensioni rappresentano un’indicazione esemplare per l’intero movimento operaio italiano.

Prima con i fischi contro la legge finanziaria e i vertici sindacali, poi con la contestazione di Franco Giordano e del ministro Ferrero (Prc) , ora con lo sciopero e l’azione diretta , gli operai di Mirafiori chiedano a gran voce lo sciopero generale contro la politica sociale del governo Prodi-Padoa Schioppa .
Le direzioni sindacali sono poste di fronte alla responsabilità di una scelta: o continuano un negoziato capestro con Prodi-Padoa Schioppa sull’ennesima partita di sacrifici sulla pelle dei lavoratori e senza il loro mandato; o rompono finalmente con il governo Prodi e unificano l’azione dei lavoratori attorno ad una piattaforma di lotta indipendente, decisa dai lavoratori stessi.

Milioni di lavoratori e di lavoratrici sanno che se fosse stato un governo Berlusconi ad annunciare misure contro le pensioni saremmo già allo sciopero generale. E non vogliono regalare a Prodi ciò che hanno negato a Berlusconi, solo per garantire alla sinistre di governo la conservazione delle poltrone ministeriali e alle burocrazie sindacali il posto a tavola della “concertazione”.
Gli operai sono stanchi di essere usati ogni volta come sgabello di operazioni politiche estranee alle loro ragioni e ai loro interessi.

Il Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori presente nelle lotte dei lavoratori Fiat e oggi al fianco degli operai di Mirafiori, fa propria la loro indicazione. Ci impegniamo a portare in tutte le fabbriche e i luoghi di lavoro, in tutte le organizzazioni sindacali, su tutto il territorio nazionale la proposta dello sciopero generale contro le misure annunciate dal governo, e a chiedere la fine di un negoziato a perdere su quelle misure.

Dopo vent’anni di sacrifici è ora di dire basta e di generalizzare la lotta !
E’ il solo modo di ottenere risultati.

- GIU’ LE MANI DALLE PENSIONI, PER IL RITORNO ALLA PREVIDENZA PUBBLICA A RIPARTIZIONE

- PER FORTI AUMENTI SALARIALI UNIFICANTI

- VIA LE LEGGI DI PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO
E’ L’ORA DELLO SCIOPERO GENERALE

sabato 19 maggio 2007

I sindacati nell’epoca della decadenza imperialista


Presentiamo la traduzione, inviataci dai compagni di Ozieri, dei primi paragrafi di uno degli ultimi scritti di Trotsky intitolato "I sindacati nell’epoca della decadenza imperialista", scritto poco prima della tragica uccisione e rimasto incompleto.



L’integrazione dei sindacati nel potere dello Stato

C’è un aspetto comune nello sviluppo o, più esattamente, nella degenerazione delle organizzazioni sindacali moderne sul piano mondiale: il loro avvicinamento e la loro integrazione nel potere dello stato.
Questo processo è una caratteristica eguale per i sindacati politicamente neutri, per quelli socialdemocratici, comunisti e anarchici. Questo fatto indica, solamente, che la tendenza ad integrarsi nello stato non inerisce solamente a questa o a quella dottrina, ma risulta dalle condizioni sociali comuni a tutti i sindacati.
Il capitalismo monopolistico non è basato sulla concorrenza e sulla iniziativa privata, ma su un comando centrale.
Le cricche capitalistiche, alla testa di possenti trust, di sindacati, di consorzi bancari, etc., controllano la vita economica allo stesso modo del potere statale e, in ogni momento, esse ricorrono alla collaborazione con quest’ultimo. A loro volta i sindacati, nei settori più importanti dell’industria, si trovano privati dalla possibilità di profittare della concorrenza tra le diverse imprese. Essi devono affrontare un avversarioi capitalista centralizzato, intimamente legato al potere statale. Da ciò deriva per i sindacati, nella misura in cui hanno posizioni riformiste – cioè su delle posizioni basate sull’adattamento alla proprietà privata –, la necessità di adattarsi allo stato capitalista e di tentare di cooperare con lui.
Agli occhi della burocrazia del movimento sindacale, il compito essenziale consiste nel “liberare” lo stato dall’impresa capitalista indebolendone la sua dipendenza dai trust per attrarlo verso di lei. Questa attitudine è in piena armonia con la posizione sociale dell’aristocrazia e della burocrazia operaia che combattono per ottenere alcune briciole nella divisione dei sovrapprofitti del capitalismo imperialista.
Nei loro discorsi, i burocrati laburisti fanno tutto il possibili per cercare di provare allo stato – democratico – quanto essi siano degni di fiducia e indispensabili in tempo di pace e ancor di più in tempo di guerra. Attraverso la trasformazione dei sindacati in organismi di stato, il fascismo non inventa niente di nuovo, non fa che portare alle estreme conseguenze tutte le tendenze immanenti al capitalismo.
I paesi coloniali e semi-coloniali non sono sotto la dominazione di un capitalismo indigeno, ma sotto quella dell’imperialismo straniero. Tuttavia, ciò non esclude, ma al contrario rafforza, il bisogno di legami diretti, giornalieri e pratici, tra i magnati del capitalismo e i governi coloniali e semi-coloniali che, nei fatti, dipendono da essi.
Nella misura in cui il capitalismo imperialista crea nei paesi coloniali e semi-coloniali uno strato d’aristocrazia e di burocrazia operaia, questo richiede il sostegno di quei governi come protettori, tutori e talvolta come arbitri.
Ciò costituisce la base sociale più importante del carattere bonapartista e semi-bonapartista dei governi nelle colonie, e in generale nei paesi “arretrati”.
Ciò costituisce ugualmente la base della dipendenza dei sindacati riformisti di fronte allo stato.
In Messico, i sindacati sono stati trasformati dalla legge in istituzioni semistatali e hanno, di conseguenza, acquisito un carattere semitotalitario. La statalizzazione dei sindacati, secondo la concezione dei legislatori, fu introdotta nell’interesse dei lavoratori, con lo scopo di assicurare loro un’influenza nel governo e nell’economia. Ma nella misura in cui il capitalismo imperialista straniero domina lo stato nazionale e dove gli è possibile rovesciare democrazie instabili e di rimpiazzarle con dittature fasciste aperte, in questa misura, la legislazione che si rapporta ai sindacati può facilmente diventare un’arma nelle mani della dittatura imperialista.


Parole d’ordine per l’indipendenza dei sindacati

Da ciò che precede, sembrerebbe facile a prima vista concludere che i sindacati rinuncino ad essere se stessi nell’epoca dell’imperialismo, che lascino quasi più spazio alla democrazia operaia che, nel buon tempo antico, quando il libero scambio dominava nell’arena economica, costituiva il contenuto stesso della vita interna delle organizzazioni operaie. Si potrebbe egualmente ritenere che nell’assenza di democrazia operaia, non si possa dare alcuna battaglia aperta per esercitare un’influenza sui membri del sindacato e che, per questo fatto, l’arena principale del lavoro rivoluzionario all’interno del sindacato scompaia. Una tale posizione sarebbe fondamentalmente falsa. Noi non possiamo scegliere il campo e le condizioni della nostra attività secondo i nostri desideri o avversioni. E’ infinitamente più difficile lottare per influenzare la massa operaia in uno stato totalitario e semi-totalitario che in una democrazia. Questa osservazione vale ugualmente per i sindacati il cui destino riflette l’evoluzione degli stati capitalisti. Ma noi non possiamo rinunciare a lavorare con gli operai in Germania semplicemente perché il regime totalitario rende un tale lavoro sindacale estremamente difficile. Per la stessa ragione , noi non possiamo rinunciare alla lotta nelle organizzazioni delle organizzazioni del lavoro obbligatorio creati dal fascismo. A maggior ragione, noi non possiamo rinunciare ad un lavoro sistematico all’interno dei sindacati di un regime totalitario o semi-totalitario semplicemente perché essi dipendono direttamente o indirettamente dallo stato operaio o perché la burocrazia priva i rivoluzionari della possibilità di lavorare liberamente in questi sindacati. E’ necessario condurre la lotta sotto queste condizioni concrete che sono state create dallo sviluppo precedente, compresi gli errori della classe operaia e i crimini dei suoi capi.
Nei paesi fascisti e semi-fascisti, tutto il lavoro rivoluzionario non può essere che illegale e clandestino. E’ necessario adattare noi stessi alle condizioni concrete esistenti nei sindacati di ogni paese alfine di mobilitare le masse, non solamente contro la borghesia, ma anche contro il regime totalitario regnante negli stessi sindacati e contro i leaders che rafforzano questo regime.
La parola d’ordine essenziale in questa lotta è: indipendenza completa e incondizionata dei sindacati di fronte allo stato capitalista. Ciò significa: lotta per trasformare i sindacati in organi delle masse sfruttate e non organi dell’aristocrazia operaia.
La seconda parola d’ordine è: democrazia nei sindacati.
Questa seconda parola d’ordine deriva direttamente dalla prima e presuppone per la sua realizzazione la più completa libertà dei sindacati di fronte allo stato imperialista o coloniale.
In altri termini, nell’epoca attuale, i sindacati non possono essere semplici organi della democrazia come all’epoca del capitalismo libero-scambista, e essi non possono restare per un lungo tempo politicamente neutri, cioè limitarsi alla difesa quotidiana degli interessi operai. Essi non possono essere più anarchici lungamente , cioè ignorare l’influenza decisiva dello stato sulla vita dei popoli e delle classi.
Essi non possono rimanere ancora per molto tempo riformisti, perché le condizioni obiettive non permettono più riforme serie e durevoli. I sindacati della nostra epoca possono ben servire come strumenti secondari del capitalismo imperialista per subordinare e disciplinare i lavoratori e ostacolare la rivoluzione, oppure al contrario diventare gli strumenti del movimento rivoluzionario del proletariato.
La neutralità dei sindacati è completamente è irrimediabilmente cosa passata e morta con la libera democrazia borghese


Necessità del lavoro nei sindacati

Da ciò che precede, consegue necessariamente che malgrado la degenerazione continua dei sindacati e la loro integrazione progressiva nello stato imperialista, il lavoro all’interno del sindacato non solo non ha perso per nulla la sua importanza, ma resta come prima, e diviene in un certo senso rivoluzionario. La posta in gioco di questo lavoro resta essenzialmente la lotta per influenzare la classe operaia. Ogni organizzazione, ogni partito, ogni frazione che prende una posizione ultimatista riguardo ai sindacati, nei fatti, volta le spalle alla classe operaia, semplicemente perché queste organizzazioni non gli piacciono, è destinata a perire. E bisogna dire che merita questo destino

domenica 13 maggio 2007

La “sinistra autonomista” di Renato Cugini e Antonello Licheri

Coloro a cui “piace” l’idea del “cantiere” proposto da Sinistra democratica (Mussi-Salvi) e che ha fatto scrivere a qualcuno “che è un dovere parteciparci. In campo non c’è l’unità di una indistinta sinistra sinistra ma anche quella dei comunisti” ( Lucio Costa sul sito Il pane e le rose, 5 maggio 2007) avranno qualche dispiacere nel vedere cosa combinano i promotori del “cantiere” in Sardegna a cui hanno cambiato nome in “laboratorio”.
Tutto è avvenuto all’improvviso quando Renato Cugini, già consigliere regionale dei DS, e all’ultimo congresso sostenitore della mozione Angius, insieme ad Antonello Licheri, consigliere regionale del Prc e primo firmatario di una mozione di minoranza all’ultimo congresso del PRC, in cui si sosteneva, addirittura, che sinistra europea doveva diventare il coordinamento di tutte le forze antimperialista del mediterraneo, sono apparsi nella sala stampa del consiglio regionale, alle h.13 del 10 maggio, per annunciare che nel giro di una settimana sarebbe nato “il nuovo gruppo[consiliare]della sinistra”. Ovviamente “il laboratorio è aperto, stiamo lavorando per cogliere subito le pulsioni che si avvertono all’esterno dopo la nascita del PD”( dalla dichiarazione dell’antimperialista, ormai ex di RC, Antonello Licheri).
Chi si aspettava che i due, animati da questa “rottura a sinistra” dei DS, per rimanere fedeli al Partito Socialista Europeo, parlassero delle ultime lotte operaie in Sardegna, oppure criticassero i regali di Soru alle multinazionali, sicuramente saranno rimasti delusi. Infatti, qualche giorno dopo, i due hanno annunciato con determinazione la prima iniziativa politica di “sinistra autonomista”: “Siamo in cinque, vogliamo un posto in giunta”. Abbiamo detto con determinazione, ma i due la determinazione e l’energia la dimostrano solo negli intrighi del parlamentarismo decadente e marcio. Ministerialista di ferro Cugini e di plastica l’antimperialista Licheni. Vogliono un assessore perché adesso sono in cinque, si sono aggiunti altri due consiglieri regionali di RC e uno del Pdci. Pare che al gruppo si aggiungerà la rifondatrice assessora al lavoro, Maddalena Salerno che si è distinta nel seguire servilmente il governatore regionale, il miliardario Renato Soru.
Insomma Renato Cugini non ha perso tempo per porre il marchio, suo e di Gavino Angius, sul cantiere/laboratorio, secondo le peggiori tradizioni del movimento operaio: il collaborazionismo ministerialistica e la concezione federalista del partito o come si dice in certi ambienti “arcipelago”.


Sezione provinciale di Sassari del
Movimento costitutivo per il Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 6 maggio 2007

«Annulleremo le schede»

E’ l’obbiettivo del Partito comunista dei lavoratori

Articolo tratto da “La Nuova Sardegna” del 06/05/07 (giornalista autore Alessandro Pinna)



OLBIA. Né, ovviamente, col centrodestra, ma neanche col centrosinistra: il Partito Comunista dei Lavoratori invita all’astensione elettorale per le prossime elezioni comunali e chiede di annullare la scheda scrivendovi sopra proprio “Partito Comunista dei Lavoratori”. Gli scissionisti di Rifondazione, che fanno capo a Marco Ferrando, ritengono le due coalizioni «rappresentanti di interessi che sono contrari a quelli dei lavoratori e delle lavoratrici» e accusano Prodi di agire in continuità con Berlusconi. «Permangono le leggi vergogna, si anticipa di un anno lo scippo del Tfr, ci si appresta ad aumentare l’età pensionabile, si votano le guerre imperialiste, si aumentano le spese militari mentre non si rinnovano i contratti dei lavoratori». Il tutto, accusano dal Pcl, col sostegno delle sinistre (Rifondazione, Pdci, Verdi e Sinistra Ds), e delle burocrazie sindacali (CGIL, CISL e UIL). A Olbia il Pcl non ha avuto la possibilità, data la sua recente formazione, di presentarsi con una propria lista, ma i suoi rappresentanti cittadini (Sisinnio Bitti, Antonio carboni, Umberto Bitti e Riccardo Desini) dichiarano di aver cercato un accordo con gli ex compagni di Rifondazione per «una lista di sinistra, indipendente e autonoma sia dal centrodestra che dal centrosinistra. Il partito di Bertinotti, però, avrebbe dovuto rompere con l’unione e assumere il programma anticapitalista del Pcl. Un programma che prevedeva l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, il censimento delle case sfitte, l’introduzione di un canone di affitto equo, la riduzione dei costi dei servizi dei cittadini, la soppressione dei finanziamenti a scuole o enti privati, la nazionalizzazione della Palmera senza indennizzo ai proprietari e sotto controllo operaio. Di fronte al no di rifondazione, ora il Pcl fa appello «ai compagni onesti delle sinistre per la costruzione di una sinistra classista, rivoluzionaria e internazionalista d’opposizione ai grandi interessi. Pertanto, non avendo avuto l’opportunità di presentarci alle comunali, chiamiamo i lavoratori e i cittadini all’astensione elettorale, dicendo che qualsiasi coalizione borghese governerà contro i lavoratori troverà l’opposizione del nostro partito».

lunedì 30 aprile 2007

Antonio Gramsci capo del proletariato rivoluzionario durante la prima guerra civile del 1919-1926 nello stato postunitario

Pubblichiamo un eccellente e interessante articolo su Antonio Gramsci scritto dai compagni del mPCL di Ozieri


Il Capitale di Marx fu usato, in Russia alla fine del XIX sec., da alcuni intellettuali borghesi per giustificare l’inevitabilità del capitalismo in Russia, snaturando il contenuto scientifico della critica dell’economia politica, trasformandola in una teoria dello sviluppo capitalistico per negare quello che è: la teoria delle contraddizioni immanenti del capitalismo, la cui soluzione è affidata alla rottura rivoluzionaria su scala mondiale col modo di produzione del capitale e l’attuazione di una dittatura rivoluzionaria fondata sugli organismi democratici della classe salariata. La politica di subalternità del movimento operaio dell’impero zarista alla borghesia liberale era la coerente applicazione di quello stravolgimento
La stessa operazione è stata fatta da Togliatti con Gramsci per far passare la linea di collaborazione con la borghesia, invece di rovesciarla durante la guerra civile del 1943-45. Quest’altro stravolgimento della verità storica ha raggiunto il massimo della volgarità in quei dirigenti DS che alla domanda su cosa vogliono conservare del loro patrimonio nel Partito Democratico, rispondono che conserverebbero Gramsci.
Antonio Gramsci è colui che fra i primi, in modo organico e creativo, nel Partito socialista, si schierò con la teoria della rivoluzione permanente, cioè con la linea della lotta per il passaggio di tutto il potere ai soviet nell’ex impero zarista e per la linea dell’attualità della lotta rivoluzionaria per la conquista del potere nello stato italiano e nel resto dell’Europa. Si è battuto per affermare questa linea politica contro i massimalisti e contro i riformisti. Per questo si è impegnato a fondo nella organizzazione una frazione per condurre la lotta politica al fine di dar vita al partito marxista rivoluzionario. Nel quadro dei concetti della teoria della rivoluzione permanente, cioè della lotta rivoluzionaria per il potere, Gramsci analizzò, dal 1919 fino al suo arresto, la lotta degli operai, dei contadini sardi e del Partito Sardo d’Azione (in questo contesto va posta la parola d’ordine della repubblica socialista degli operai, dei contadini, dei pastori e pescatori nel quadro della Federazione soviettista italiana e degli Stati uniti socialisti d’Europa, approvata al convegno clandestino di Is arenas -26 ottobre 1924).
“Ma quello che importa notare qui è che il concetto fondamentale dei comunisti torinesi non è stato la formula magica della divisione del latifondo, ma quello dell’alleanza politica tra operai del nord e i contadini del sud per rovesciare la borghesia dal potere di stato…noi eravamo per la formula molto realistica e per nulla magica della terra ai contadini; ma volevamo che essa fosse inquadrata in una azione rivoluzionaria generale delle due classi alleate, sotto la direzione del proletariato industriale”( Gramsci,1920). Perché le masse contadine alleate devono essere dirette dal proletariato rivoluzionario? La risposta a questa domanda costituisce uno dei due punti centrali della teoria della rivoluzione permanente. “L’esperienza storica dimostra che i contadini sono assolutamente incapaci di una funzione politica indipendente.” ( Trotsky, 1906).
La storia delle rivoluzioni che hanno liquidato definitivamente il modo di produzione feudale e la sua ultima sovrastruttura politica (l’assolutismo) comprende guerre contadine. Ma i contadini vengono diretti dalla borghesia urbana rivoluzionaria. E’ stato il governo rivoluzionario sorto dopo le due giornate insurrezionali parigine del 31 maggio e del 2 giugno 1793 a dare la terra ai contadini che la lavoravano e a fornire la truppa invincibile all’Armata repubblicana. Dove la borghesia non seppe e non volle porsi a capo di una guerra contadina, come nel “Risorgimento”, i risultati furono segnati profondamente dai compromessi che la borghesia del continente e delle due isole fece con le forze dell’ancien régime, il peso del Vaticano. In Sardegna, il partito angioyano si pose alla testa dei contadini ma, nel momento decisivo della “guerra civile temuta” (Efisio Luigi Pintor), scappò di fronte alle truppe controrivoluzionarie (Oristano 10-giugno-1794). La vittoria della controrivoluzione sabaudo fu la causa della liquidazione dall’alto del feudalesimo in Sardegna e la più completa subordinazione della borghesia sarda alla borghesia italiana e ai diversi regimi politici susseguitisi nello stato postunitario. Dove i contadini non hanno avuto per guida la borghesia

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rivoluzionaria urbana, per esempio nella Rivoluzione partenopea, diventarono la soldataglia della controrivoluzione aristocratica.
Riconoscendo che, anche, nello stato italiano si poneva all’ordine del giorno la lotta per la dittatura rivoluzionaria degli organismi democratici delle masse, Gramsci fu, fra i primi a battersi contro turatiani, per l’altro punto della teoria della rivoluzione permanente: “Senza il diretto appoggio statale del proletariato europeo, la classe operaia russa non potrà restare al potere e trasformare il suo dominio temporaneo in dittatura socialista durevole”( Trotsky, 1906).
Gramsci fu, tra i primi nell’Europa occidentale, a comprendere l’importanza assegnata da Lenin alle rivoluzioni anticoloniali nella tattica della rivoluzione socialista mondiale la cui tappa iniziale era stata la rivoluzione russa:
“In Europa, in Asia, in America, in Africa giganteggia la sollevazione popolare contro il mercantilismo e l’imperialismo del capitale che continua a generare,antagonismi, conflitti, distruzione di vite e di beni, non sazio del sangue e dei disastri di cinque anni di guerra. La lotta è sul piano mondiale: la rivoluzione non può essere più esorcizzata dai democratici truffaldini né soffocata da mercenari senza coscienza”(7-giugno-1919).
Un anno dopo la linea viene ribadita evidenziando gli effetti epocali a cui la vittoria delle rivoluzioni anticoloniali avrebbe dato luogo:
“La sollevazione coloniale può e tende a diventare un vero e proprio blocco degli Stati capitalistici dell’Europa occidentale; sottraendosi allo sfruttamento capitalistico straniero, le popolazioni coloniali priverebbero di materie prime e di viveri le borghesie industriali europee e farebbero decadere i centri di civiltà formatisi dalla caduta dell’impero romano fino ad oggi (26-giugno-1920).
Gramsci ha combattuto contro la frazione stalinista in ascesa, a differenza di Togliatti che divenne un fedele servitore di tutte le frazioni della casta burocratica succedutesi al potere in U.R.S.S. :
“Noi non sappiamo quale sia stata l’evoluzione di Gramsci nel corso degli undici anni di prigionia, ma noi possiamo affermare questo: tutta l’attività di Gramsci, tutta la sua concezione del Partito e del movimento operaio si oppone in modo assoluto allo stalinismo, alle sue canagliate politiche, alle sue falsificazioni spudorate. Uno degli ultimi atti politici di Gramsci prima del suo arresto, nel 1926, è stato quello di fare approvare dall’ufficio politico del partito,una lettera all’ufficio politico del partito russo chiedendo di contenersi di fronte al compagnoTrotsky nei limiti di una discussione fra compagni, e di non adottare i metodi che falsificassero i problemi controversi e impedissero al partito e all’internazionale di pronunciarsi con piena conoscenza di causa. Questa lettera fu approvata anche da Grieco ( Garlandi), Camilla Ravera e Mauro Scocimarro. Ma essa fu inviata su un binario morto da Ercoli (Togliati) che, essendo a Mosca e avendo scandagliato i destinatari, ha creduto meglio conservarla in tasca
Noi possiamo affermare anche che, al meno dopo il 1931, e fino al 1935, la rottura politica e morale con il partito stalinizzato era completa. La prova è data non solamente dal fatto che durante questi anni la stampa ha messo la sordina la campagna per la liberazione di Gramsci, ma anche il fatto che Gramsci era stato ufficialmente destituito ufficialmente in quanto capo del partito e che, al suo posto, era stato eretto quel clown pronto a tutto che si chiama Ercoli (Togliatti). I compagni usciti di prigione hanno comunicato ci hanno comunicato che, da due anni, Gramsci era stato escluso dal partito, esclusione che la direzione aveva deciso di tenere nascosta al meno fino a che Gramsci fosse stato nella possibilità di parlare liberamente.
E ciò al fine di poter sfruttare la personalità di Gramsci ai suoi fini. In tutti i casi, i burocrati staliniani si erano arrangiati a seppellire Gramsci politicamente prima che il regime mussoliniano lo finisse fisicamente” ( Pietro Tresso, ,dall’epitafio per Antonio Gramsci 14 maggio 1937).

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La rottura di Gramsci col partito stalinizzato si consumò sulla sciagurata teoria staliniana del socialfascismo che impedì ai partiti comunisti di conquistare la maggioranza della classe operaia tedesca, di sconfiggere Hitler e, nel contempo, porre le condizioni di una lotta rivoluzionaria delle masse per la conquista del potere in Germania. Pietro Tresso e i suoi compagni proseguiranno sulla strada di Gramsci proponendo una tattica rivoluzionaria per liquidare il regime fascista, alternativa a quella degli stalinizzati. Alla confusa parola d’ordine togliattiana dell’assemblea costituente sulla base dei comitati operai e contadini, Pietro Tresso e gli altri compagni di Gramsci opposero la linea del fronte unico ( III e IV congresso dell’Intrernazionale Comunista):
“Tra la lotta che il partito deve condurre per la instaurazione della dittatura del proletariato, e la rivendicazione d’istituti della democrazia come l’Assemblea costituente, non esiste soluzione di continuità. Né il partito può limitarsi – nel periodo che lo separa dalla lotta per il potere – ad opporre la dittatura del proletariato alla democrazia; né esso può limitarsi ad avere delle rivendicazioni democratiche parziali e isolate.
Esso dovrà incorporare nella sua politica le parole d’ordine della democrazia più ardite e condurre per queste una lotta sotto ogni punto di vista conseguente e rivoluzionario. In ciò sta l’importanza per il partito comunista di avere in questo periodo una parola d’ordine come: l’Assemblea costituente eletta con suffragio universale uguale diretto e segreto, esteso a tutti i cittadini di ambo i sessi a partire dai 18 anni.
Nel condurre la lotta per le rivendicazioni democratiche, la sola garanzia per il partito comunista di premunirsi contro tutte le deviazioni sta nel dare a questa lotta una impostazione rivoluzionaria, proletaria.
A questo fine la lotta per la Costituente dovrà unirsi da parte del partito comunista alla lotta per: 1) l’armamento degli operai e dei contadini,
2)il controllo operaio sulla industria e sulle banche,
3)la terra ai contadini,
4)l’alleanza con l’U.R.S.S.
Ciò significa che il partito comunista deve condurre una politica e nei confronti degli altri partiti che conservano una base nella classe operaia (politica del fronte unico), e nei confronti dei partiti democratici che esercitano la loro influenza sopra le masse contadine e la piccola borghesia di città (politica e rapporti di alleanza, a seconda delle circostanze, con Giustizia e libertà, il Partito Sardo d’Azione ecc.) Una tale politica esige che il partito comunista italiano faccia con la Internazionale una svolta radicale; che esso rinunci alla teoria del socialfascismo; che esso rinunci alla pratica che consiste a ‘imporre’ alla classe operaia la direzione comunista, direzione la quale invece non può che essere conquistata; che esso ritorni, in breve, alla strategia e alla tattica dei primi quattro Congressi dell’Internazionale comunista applicando il fronte unico con tutte le organizzazioni operaie di massa, utilizzando in modo sistematico l’antagonismo tra partiti democratici e fascismo e i contrasti che esistono tra i partiti democratici stessi, al fine di fare del proletariato la vera guida e forza dirigente della Rivoluzione italiana”. ( Prospettive della rivoluzione italiana e compiti tattici del Partito Comunista – risoluzione della Nuova Opposizione Italiana, frazione del P.C.I., aderente alla Opposizione di Sinistra internazionale, 15 luglio 1932)
A differenza di Togliatti che ridusse la questione sarda ad “ autonomia democratica non classista”, Pietro Tresso si mantenne dentro le coordinate marxiste della questione sarda poste da Gramsci:
“Oltre la questione delle minoranze nazionali, noi abbiamo avuto in Italia, dal 1919 al 1921, degli altri movimenti autonomisti e separatisti: I due movimenti più caratteristici furono il movimento siciliano e sardo. Quali furono i loro caratteri?
Il movimento separatista siciliano era diretto da dei grandi proprietari terrieri e dalla grande borghesia siciliana. Questo movimento voleva separarsi dall’Italia non perché intendeva
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spezzare i legami burocratici e di dipendenza con lo stato borghese italiano, ma perché temeva che la rivoluzione scoppiasse in Italia. La grande borghesia siciliana tentò di sfruttare il malcontento delle masse operaie e contadine di fronte all’oppressione della borghesia continentale e dello stato italiano per dirottarli in una lotta contro la rivoluzione proletaria italiana.
Il movimento autonomista e separatista sardo, al contrario, si proponeva di spezzare i legami con lo stato italiano perché vedeva in questo l’ostacolo maggiore alle realizzazioni delle rivendicazioni sociali e culturali delle masse popolari della Sardegna.
Il primo fu dunque un movimento puramente reazionario. Il secondo, al contrario, fu un movimento rivoluzionario democratico. Quale doveva essere il nostro orientamento di fronte ai due movimenti? Nel primo caso, bisognava smascherare il separatismo della grande borghesia siciliana quale nuovo modo di sfruttare le masse operaie e contadine della Sicilia. Nel secondo caso, bisognava dimostrare alle masse della Sardegna che il loro separatismo non poteva che condurli alla disfatta e che il loro destino era strettamente legato a quello del proletariato italiano. Per raggiungere questo risultato bisognava pertanto, nei due casi, dimostrare con i fatti, tanto alle masse operaie e contadine della Sicilia e quelle della Sardegna, che il proletariato difendeva realmente i loro interessi e le loro aspirazioni contro l’oppressione burocratica-militare e culturale sia dello stato e della borghesia italiana, sia delle cricche semi-feudali siciliane e sarde”( Marxismo e questione nazionale – 1935)


Sezione provinciale di Sassari del
Movimento Costitutivo per il Partito Comunista dei Lavoratori

29 aprile 2007