martedì 12 agosto 2008

Lettera dell'Esecutivo del PCL ai firmatari dell'appello per un'assemblea nazionale il prossimo 9 settembre

In questi giorni è stato pubblicato un appello da parte di una serie di organizzazioni (Sinistra Critica, Confederazione Cobas, Rdb/Cub, Rete dei Comunisti, Giorgio Cremaschi, Marco Bersani di Attack) per un'assemblea nazionale il prossimo 9 settembre della "sinistra politica e sociale" che avrebbe mantenuto "un filo comune di dibattito in questi anni". Nonostante il PCL sia stato sempre in prima fila nel fronte unico di lotta con queste organizzazioni, è stato di fatto estromesso da questo appello proprio da parte di chi ci ha sempre attaccati dandoci dei "settari" e "autoreferenziali". Pubblichiamo la risposta dell'Esecutivo del PCL ai firmatari di questo appello:


Cari compagni/e,

vi chiediamo le ragioni del mancato coinvolgimento del Partito Comunista dei Lavoratori nell’appello che avete promosso per l’assemblea del 9 Settembre. E di cui abbiamo appreso solamente da Il Manifesto.

Vi definite, nel testo stesso dell’appello, "organizzazioni e persone che hanno mantenuto un filo comune di dibattito e di mobilitazione in questi anni". Bene. Sulla base di questo criterio, perchè la nostra esclusione?

Come tutti voi ben sapete, il PCL è stato parte organica e costante del fronte di opposizione al governo Prodi, del suo "dibattito", della sua "mobilitazione". Lo è stato sin dall’inizio, quando quel fronte era un po’ meno partecipato. Lo è stato sin dal Luglio 2006, nelle iniziative davanti al Parlamento, contro il primo rifinanziamento della missione di guerra in Afghanistan, poi sostenuto dal voto di fiducia di tutta la maggioranza parlamentare, senza eccezioni. Lo è stato come forza promotrice, tra le altre, della manifestazione nazionale contro la missione imperialista in Libano (30 Settembre 2006): di fronte non solo ai cantori della "missione umanitaria", ma anche ai suoi sostenitori "critici" e dubbiosi. Lo è stato come una delle forze promotrici della manifestazione antisionista a Roma del Novembre 2006, quando altri preferirono sfilare a Milano con Fassino e col Centrosinistra. Lo è stato insomma quando un soggetto firmatario del vostro appello (Sinistra Critica) non solo non era partecipe di nessuna di quelle mobilitazioni, ma stava nella maggioranza del governo contro cui quelle manifestazioni si rivolgevano (votando ad esempio la finanziaria di 35 miliardi che aumentava le spese militari e di guerra).

Naturalmente l’ ingresso nelle manifestazioni antigovernative (9 Giugno 2007) di quel soggetto e la sua successiva ricollocazione all’opposizione nella fase terminale della legislatura è stato un fatto importante. Ma che oggi, tra "le organizzazioni che hanno mantenuto un filo comune di dibattito e di mobilitazione in questi anni" figuri Sinistra Critica e sia escluso il PCL ci pare, nel suo piccolo, una enormità grottesca. Oltre che un’offesa inaccettabile alla verità e alla storia di questi anni.

Non sappiamo chi ha proposto o praticato la nostra esclusione, chi l’ha subita, chi l’ha avallata, magari con indifferenza (anche se qualche idea l’abbiamo). Ma per quella correttezza elementare che dovrebbe ispirare i rapporti fra noi, e a cui in ogni caso noi ci atteniamo, chiediamo a ciascuno dei soggetti firmatari una spiegazione pubblica a fronte di una pubblica responsabilità: che, ad oggi, appare obiettivamente comune.

Non siamo in presenza di un episodio nuovo o isolato. Un anno fa, nelle stesse identiche forme, fummo esclusi da un analogo appello pubblico alla mobilitazione contro il governo. Chiedemmo spiegazioni, ottenemmo un generale e imbarazzato silenzio. Salvo poi constatare che alcuni responsabili di quella immotivata esclusione andavano a dire in giro in tutta Italia che "il PCL si è tirato fuori in quanto settario e autocentrato". E in tante occasioni locali si sono prodotti, a cascata, atteggiamenti analoghi e ipocrisie molto simili, sempre nel segno del rovesciamento delle responsabilità.

Sia chiaro allora una volta per tutte, e per tutti.

Per noi, autonomia politica del nostro partito e relazioni unitarie nell’azione di opposizione non solo non si contraddicono, ma si tengono insieme.

Siamo gelosi della costruzione autonoma del Partito Comunista dei Lavoratori, sulla base di una coerenza politica e di un progetto strategico che ci distinguono dalle altre forze della sinistra italiana. Portiamo da sempre nella battaglia di massa (e al pubblico confronto) una nostra specifica proposta programmatica e linea di intervento, tesi a ricondurre gli obiettivi immediati di lotta alla prospettiva anticapitalistica, fuori da ogni minimalismo ed economicismo. Rivendichiamo ovunque l’autonomia delle nostre scelte politico-elettorali, nazionali e locali, in alternativa alle forze riformiste e centriste: per esempio respingendo oggi la proposta avanzata da Sinistra Critica di una lista unitaria col PRC abruzzese, ipergovernista e compromesso in una giunta di malaffare travolta dagli scandali.

Ma al tempo stesso abbiamo sempre ricercato e ricercheremo sempre la più ampia unità d’azione nelle lotte e nei movimenti contro i partiti borghesi e i loro governi, nell’interesse generale del movimento operaio e dello sviluppo del movimento di massa. Con questa logica abbiamo lavorato negli anni passati per il più ampio fronte di lotta contro il governo Prodi. Con questa logica abbiamo oggi proposto una grande manifestazione unitaria della sinistra italiana contro il governo Berlusconi e il padronato, con una pubblica indicazione di data ( 11 ottobre ) e la richiesta di un comitato promotore unitario.

La nostra partecipazione all’assemblea del 9 settembre sta perfettamente in questo quadro più generale di iniziativa unitaria e di confronto aperto. Ancora una volta vi chiediamo: perché escludere il PCL dalla promozione dell’assemblea?

A meno che la nostra vera " responsabilità " sia, al fondo, quella di essere ciò che siamo: programmaticamente, politicamente, organizzativamente indipendenti; impegnati nella costruzione di un partito comunista e rivoluzionario; e per questo avversi a pateracchi politici ed elettorali senza principi.

Se questa è la " colpa ", non c’è rimedio. Gradiremmo solo, nel caso, lo diceste con chiarezza , con un’assunzione di responsabilità politica e senza ricorrere a piccole furbizie.

In attesa di una vostra risposta vi inviamo

Fraterni saluti anticapitalisti

L’Esecutivo del Partito Comunista dei Lavoratori

Milano 11/8/08

venerdì 1 agosto 2008

IL NUOVO RIFORMISMO DI PAOLO FERRERO E LA POLITICA DEI RIVOLUZIONARI

Pubblichiamo un testo sul congresso del Prc e la nostra politica verso di esso approvato dal Comitato esecutivo del Pcl


L’esito del settimo congresso nazionale del PRC, con l’avvento della segreteria Ferrero e di una nuova maggioranza politica, non è un semplice episodio congressuale interno del PRC, ma è parte del più ampio processo di ricomposizione degli assetti della sinistra italiana.

Tanto più dunque è importante una prima analisi dell’accaduto, e una prima definizione dell’orientamento, al riguardo, dei marxisti rivoluzionari.

Il tracollo della componente bertinottiana

Il settimo congresso del PRC ha innanzitutto sancito la sconfitta definitiva della componente strettamente bertinottiana del partito: quella componente più organicamente “socialdemocratico-governativa” che aveva lavorato per la liquidazione organizzativa del PRC entro la costituente di una più ampia sinistra socialdemocratica, quale sinistra del centrosinistra.

Questo progetto – inizialmente concordato da Bertinotti coi vertici del PD – è stato prima minato nella sua credibilità dalla traumatica esperienza Prodi e dal suo fallimento; poi è stato dissestato dal nuovo corso veltroniano; poi ancora è stato colpito nel profondo dalla disfatta elettorale dell’Arcobaleno e dall’estromissione dal Parlamento; infine è stato sconfitto impietosamente nel congresso del partito.

La sconfitta congressuale di Bertinotti-Vendola-Giordano va ben al di là dei suoi numeri percentuali: la componente bertinottiana ha perso il controllo di quel partito su cui pensava sino al’ultimo di detenere un diritto divino di comando. La caduta rovinosa di Bertinotti, a seguito del voto del 13-14 Aprile, ha trascinato con sé il grosso di quel gruppo dirigente diffuso che Bertinotti stesso, per dieci anni, aveva selezionato e promosso attorno a sé. Senza l‘autorevolezza di un Bertinotti ormai defilato, e sullo sfondo della disfatta elettorale, quel gruppo dirigente si è rivelato profondamente debole: capace di usare la leva dei propri ruoli istituzionali ai fini del controllo clientelare di settori del PRC e del suo tesseramento (in particolare nel Sud) ma incapace di costruire egemonia politica sul corpo complessivo del partito.

La leva vendoliana dei giovani dirigenti “poeti”, capaci di slanci lirici nella denuncia dei mali del mondo, ma incapaci di un’argomentazione razionale di analisi e di linea, poteva reggere nel momento della “vittoria”, quando si trattava di celebrare “il capo” (Bertinotti); ma ha mostrato tutta la sua inconsistenza e impotenza nel momento della sconfitta, che ha coinciso non a caso col suo tracollo.

La minoranza Vendola-Giordano non rinuncerà al proprio progetto politico di costituente di sinistra, seppur oggi disponendo di una forza molto minore e trovandosi su un terreno ben più accidentato (polverizzazione della “sinistra radicale”; concorrenza di Sinistra Democratica e ambienti PD; incognita della legge elettorale). Ma lo persegue da soggetto prevalentemente esterno al PRC, in veste di sua “frazione pubblica”. Se dunque la scissione ancora non c’è, la dinamica probabile pare quella della scissione. Ciò che da un lato misura la piena consapevolezza da parte della minoranza del carattere irreversibile della sconfitta interna subita, dall’altro la espone a emorragie di ritorno in direzione della nuova maggioranza del partito.

La natura trasformista della nuova maggioranza

La nuova maggioranza dirigente del PRC è il prodotto di una spregiudicata operazione trasformista, promossa e diretta da Paolo Ferrero.

Bisogna dare alle cose il loro nome. L’ex ministro del PRC è stato, in quanto tale, fino a ieri, il più diretto corresponsabile, nel partito, delle politiche di sacrifici sociali e di guerra del governo confindustriale di Prodi. Durante l’intera esperienza di governo, non solo non ha mai posto in discussione, neppure per ipotesi, la permanenza del PRC nell’esecutivo, ma si è segnalato sino al’ultimo come il più convinto sostenitore…del proprio ruolo di ministro. Sino a difendere pubblicamente il proprio voto favorevole nel Consiglio dei Ministri al decreto razzista antirumeni dopo il caso Reggiani. Peraltro fu proprio Paolo Ferrero a mostrare la maggiore durezza nella repressione burocratica delle minoranze di sinistra del PRC: nel primo caso contro Progetto Comunista, in occasione del cosiddetto “caso Ferrando” (2006); in secondo luogo nei confronti di Franco Turigliatto e di Sinistra Critica. Da ogni punto di vista, insomma, il governismo di Ferrero è stato davvero di ferro.

Ma, dopo il tracollo del governo e la disfatta elettorale, e alla vigilia del congresso, Paolo Ferrero ha improvvisamente impugnato la bandiera della “svolta a sinistra” al fine di capitalizzare il malcontento interno e usarlo come leva del suo vero e unico obiettivo strategico: non la rifondazione del comunismo, ma la conquista…. della segreteria del partito. Un obiettivo che Ferrero perseguiva dal 2005, da quando si aprì la lotta interna al campo bertinottiano sulla successione a Bertinotti.

Peraltro la biografia politica di Ferrero nel PRC dimostra che le brusche svolte non sono insolite per lui. Né mai sono state innocenti. Ne ’94, in occasione del secondo congresso del PRC, Ferrero concorse alla formazione della seconda mozione, che contestava la disponibilità del PRC a entrare nel governo del vagheggiato “polo progressista”: e grazie al risultato lusinghiero di quella mozione (20 %), Ferrero entrò con altri cinque compagni nella direzione nazionale del partito in rappresentanza della minoranza. Ma passarono appena sei mesi, e Ferrero scoprì improvvisamente il fascino irresistibile di Fausto Bertinotti: scaricò in fretta e furia la minoranza che lo aveva eletto in cambio dell’ingresso premio nella segreteria nazionale. E dopo un anno diventò il più convinto alfiere del primo accordo di governo col centrosinistra: quello che impegnò il PRC per due anni (Bertinotti, Cossutta e Ferrero fianco a fianco) nel voto al pacchetto Treu, alle finanziarie lacrime e sangue, ai CPT per gli immigrati. E fu proprio Paolo Ferrero a battersi in prima linea a difesa della scelta di governo contro la vecchia sinistra interna: la conquista di un posto in segreteria valeva bene la folgorazione governista.

Così oggi, la scalata al ruolo di segretario val bene la recita della “svolta a sinistra”. Il segno politico è diverso, ma la spregiudicatezza è la stessa. In questo caso la grande capacità di Ferrero è stata quella di costruire attorno al proprio progetto di leadership e al suo rivestimento ideologico una coalizione eterogenea di forze interne, anche tra loro tradizionalmente avversarie. Prima costruendo l’aggregazione della 1° mozione congressuale con la componente togliattiana di Claudio Grassi (Essere Comunisti) e ottenendo la propria egemonia in quella aggregazione. Poi, in sede di congresso nazionale, riuscendo a raccogliere e usare, a proprio vantaggio, le disponibilità dei dirigenti del terzo documento (Ernesto, Area fiorentina, Oltre, Controcorrente) e dei dirigenti del quarto documento (Falce e Martello), che gli hanno portato in dote i propri delegati in cambio di qualche timida concessione letteraria nel testo politico, e soprattutto di qualche ruolo dirigente nella gestione del partito.

Questa è la nuova maggioranza politica del PRC. Una maggioranza certo risicata nei numeri, costretta a fronteggiare una gravissima crisi, segnata da contraddizioni interne, politiche e culturali, profonde. E tuttavia una maggioranza apparentemente determinata a reggere la prova e cementata dall’ebbrezza della conquista di nuovi ruoli. Se riuscirà a tenere nella prossima fase – come è probabile – potrà avvalersi di fisiologici ritorni sul carro del vincitore di settori bertinottiani in disarmo e non più “garantiti”: questo accentuerà ulteriormente i caratteri trasformistici della maggioranza, ma allargherà anche il suo spazio di manovra e di tenuta. Inoltre, l’autonomizzazione della componente vendoliana come frazione pubblica, se da un lato può aggravare per alcuni aspetti la crisi di immagine del partito, dal’altro può favorire, per reazione autodifensiva, il consolidamento della nuova gestione del PRC.

Con tutte le dovute cautele nell’analisi, è dunque possibile prevedere la stabilizzazione di fase di un “nuovo PRC”, sotto l’egemonia del vecchio gruppo dirigente di DP e dell’ala togliattiana del partito. Non sarà il ritorno a DP, fosse pure allargata, ma neanche necessariamente la semplice continuità, in piccolo, del PRC bertinottiano.

“Svolta a sinistra” o bertinottismo “d’antan”?

La cosiddetta “svolta a sinistra” del nuovo PRC – tanto enfatizzata per ragioni diverse sia dalla nuova maggioranza, sia dai vendoliani, dal PD, dalla stampa borghese – ha in realtà una portata molto limitata e contraddittoria. I maggiori accenti letterari sull’impegno sociale e sulla critica al PD, convivono infatti con tutti i tratti di continuità della politica riformista. Anche sul terreno, ove possibile, della diretta collaborazione di classe e della prospettiva di una ricomposizione col PD.

Lo stesso testo fondativo della nuova maggioranza del PRC, è sotto questo profilo esemplare.

a) Il vantato bilancio “autocritico” dell’esperienza Prodi è ridotto ad “un errore d’analisi dei rapporti di forza esistenti” e alla conseguente assenza di risultati per i lavoratori; tacendo così, totalmente, sui…risultati assicurati per due anni alla borghesia, e cioè sul crimine compiuto contro i lavoratori votando la continuità della legge 30, il regalo di dieci miliardi a grandi imprese e banche, la continuità delle missioni di guerra, in cambio di ruoli ministeriali e istituzionali. Non è un silenzio casuale: tacere su quel crimine era ed è la condizione stessa per incoronare a segretario il ministro corresponsabile di quel crimine.

b) Il testo della nuova maggioranza non parla affatto di “rottura col PD”. Si dice un’altra cosa: <>. Ma questa più che la “svolta a sinistra”, è la pura constatazione postuma di un decesso! E poi:<>. Dunque con altri futuri “rapporti di forza” sarà possibile un blocco di governo con il partito di Calearo-Colaninno? E ancora:<> rende <>. Significa che si può riproporre il centrosinistra quando il PD…deciderà di reimbarcare Rifondazione? La verità è che il testo congressuale rimuove ogni analisi della natura di classe del PD, proprio per lasciare aperta la via di future ricomposizioni negoziali con quel partito. Semplicemente considera il rilancio del PRC (politico ed elettorale) come la condizione contrattuale necessaria per il recupero del centrosinistra e del governo. Ma non è stata esattamente questa la politica di Bertinotti (e Ferrero) dopo la caduta del primo governo Prodi (’98) in attesa di ricomporre il secondo governo Prodi (2006)?

c) Il testo della nuova maggioranza non rivendica affatto l’uscita dalle giunte di centrosinistra. Il testo dice che: <>. Il che, a prescindere da ogni altra considerazione, significa ignorare la verifica dei fatti, già realizzata in ben tredici anni di governi locali di centrosinistra, e dunque legittimare la continuità di quelle esperienze, magari con qualche ritocco. Non a caso la prima dichiarazione pubblica di Ferrero, dopo la sua elezione a segretario, è stata quella di rassicurare il PD sulla continuità delle amministrazioni locali. Nelle quali siedono, è bene ricordarlo, tanti assessori del PRC legati proprio alla nuova maggioranza del partito: come nel caso della giunta paraleghista di Penati nella provincia di Milano (assessore Barzaghi); nella giunta iperliberista di Martini in Toscana (assessore Baronti); nella giunta regionale iperprivatizzatrice di Burlando in Liguria (assessore Zunino); così come fino a ieri nella giunta del malaffare abruzzese (assessora Betty Mura). Significa dunque che non vi sarà nessun caso di possibile rottura di singoli accordi locali? No, non è escluso (come del resto accadde occasionalmente anche in epoca bertinottiana, ad esempio nel comune di Firenze). Ma certo la linea generale è un’altra, ed è quella di sempre: tenere ben salde, ovunque possibile, le proprie radici nelle giunte locali di centrosinistra ai fini del possibile rilancio negoziale di un accordo nazionale di centrosinistra. Ma non è questa esattamente la riproposizione dell’impostazione bertinottiana del ’94-’95 e del ’98-2006?

d) Il testo della nuova maggioranza, generalmente presentato come atto di rilancio dell’identità comunista del partito, rimuove totalmente proprio la tematica del comunismo come programma anticapitalista. Il richiamo al comunismo, come in tutta la tradizione del PRC, resta un riferimento simbolico. Per citare Paolo Ferrero, nel suo intervento al congresso, “Il comunismo è un universo simbolico”; cioè una bandiera, una falce e martello, una storia, una critica del capitalismo, tutto ciò che si vuole, tranne che un concreto programma di “abolizione dello stato di cose presenti” (Marx). E proprio perché astratto, questo universo simbolico del comunismo può abbracciare con la massima disinvoltura tutto e il suo contrario, come per l’appunto nel testo di maggioranza del PRC: dalla “ricerca sul tema della non violenza” (sic) alla citazione dei “movimenti rivoluzionari” (?); dal riferimento al partito della Sinistra europea (neosocialdemocratica) al riferimento ai “partiti comunisti” stalinisti (incluso, secondo l’Ernesto, il PC cinese e il PC coreano, sempre a proposito…di non violenza). Peraltro, proprio perché ridotto a puro universo simbolico, il “comunismo” di Ferrero non comporta alcuna ricaduta sull’impostazione rivendicativa, politica e programmatica, nel presente. E infatti convive, nel testo di maggioranza, con un programma esclusivamente immediato e minimale. “Diritti sociali, civili, ambientali, sono per noi le diverse facce di uno stesso progetto: l’alternativa di società”, afferma il testo. Ma siccome nulla si dice su cosa sia l’alternativa di società, dal punto di vista dei rapporti di produzione, di proprietà, di potere, resta solo la rivendicazione dei diritti, magari nella forma – afferma il testo – di “una stagione referendaria sulle questioni della precarietà, della democrazia nei luoghi di lavoro, dell’antiproibizionismo…”. Naturalmente, non siamo contrari per principio al ricorso a iniziative referendarie su temi sociali o civili (a differenza di Falce e Martello che ora, come si vede, si è rapidamente convertito). Ma è possibile ridurre l’anticapitalismo comunista alla campagna referendaria sui diritti (in vecchio stile DP), senza oltretutto selezionare nessuna proposta concreta di impostazione politica, di parole d’ordine, di linea di massa, neppure sull’opposizione di classe in autunno contro il governo e il padronato?

Ancora una volta, sotto il vestito niente. E del resto: se la prospettiva politica reale resta quella di una futura ricomposizione negoziale col PD, a partire dalla continuità delle giunte locali di centrosinistra, come può dispiegarsi in quel quadro una svolta reale sul terreno dell’azione di massa e dell’elaborazione programmatica anticapitalistica?

La capitolazione delle sinistre interne

I gruppi dirigenti delle mozioni interne di sinistra (terzo e quarto documento) hanno sorretto l’operazione trasformista dell’ex ministro Ferrero con il proprio trasformismo.

Dopo aver condotto una campagna congressuale mirata formalmente a denunciare la “falsa alternativa” del documento Ferrero rispetto alla mozione Vendola, hanno usato le migliaia di voti raccolti per votare Ferrero segretario e promuovere una maggioranza politica con Ferrero. Migliaia di militanti di base del PRC che nei propri congressi di circolo avevano espresso, in forme diverse, la domanda di una svolta coerente, comunista e classista, si trovano prigionieri di una maggioranza guidata dall’ex ministro di un governo di guerra, attorno a un indirizzo politico subalterno.

Tutti gli argomenti tesi a giustificare il sostegno politico a Ferrero (“Non potevamo far altro”, “La dinamica che si è aperta sposterà Ferrero a sinistra”, “Bisogna stare nei processi”) sono solo l’eterna ripetizione degli argomenti che tutte le varie sinistre centriste del PRC hanno opposto per quindici anni alla battaglia indipendente dell’opposizione marxista rivoluzionaria in quel partito (’91-2006): come nel ’95 (in occasione del contrasto tra Bertinotti-Cossutta e l’opposizione di destra di Magri e Crucianelli); come nel ’98 (in occasione della rottura tra Bertinotti e Cossutta); come nel 2002 (in occasione del contrasto tra Bertinotti e Grassi sullo sfondo della stagione dei movimenti). Ogni volta le varie sinistre centriste motivavano l’accordo politico con Bertinotti contro la destra interna, in nome della “dinamica”, del “processo reale”, dello “stare nei processi”. E ogni volta i marxisti rivoluzionari – che sempre combinarono la battaglia contro le destre interne con la rigorosa indipendenza politica dal bertinottismo – furono accusati di astrattezza, rigidità ideologica, incomprensione della realtà. Salvo vedere confermate tutte le proprie ragioni e previsioni.

La storia si ripete oggi in rapporto a Paolo Ferrero e in un contesto nuovo. I gruppi dirigenti del terzo e quarto documento si sono rivelati clamorosamente incapaci di difendere e sviluppare l’indipendenza politica delle proprie ragioni dalle pressioni delle componenti riformiste (demoproletarie e grassiane) e del bipolarismo interno al PRC. E’ la riprova che senza un progetto di costruzione di un partito indipendente, comunista e rivoluzionario, ogni opposizione interna al PRC è destinata, in un modo o nell’altro, alla subalternità politica.

E questa subalternità non solo oggi si è espressa nel voto congressuale a un documento riformista, ma si manifesta sin dalle prime ore dopo il congresso nell’adattamento alle compatibilità interne della nuova maggioranza. Persino sul terreno discriminante delle giunte locali. Laddove, ad esempio, Claudio Bellotti (quarto documento) che sino a due giorni prima chiedeva l’uscita dalle giunte, ora dichiara su Liberazione che “Va data facoltà ai territori di decidere a partire dai contenuti” (Lib, 29 Luglio). Che è esattamente la foglia di fico universale della continuità decennale delle giunte di centrosinistra. Chiediamo: è questo che avevano votato, nei congressi, i compagni del quarto documento?

Il PCL e la “nuova Rifondazione”

Il Partito Comunista dei Lavoratori è nato da una lunga battaglia politica e morale, controcorrente, contro il trasformismo della sinistra italiana. Anche di quello che ha attraversato il PRC. Il bilancio del settimo congresso del PRC ci consolida nelle nostre ragioni e nelle nostre scelte.


Naturalmente ci rapporteremo con attenzione al nuovo PRC di Paolo Ferrero. Ricercheremo ovunque possibile la più ampia unità d'azione nella lotta contro il padronato e Berlusconi: a partire da quella grande manifestazione unitaria d'autunno che proponiamo per l'11 Ottobre e che sarebbe ora di iniziare a preparare. Saremo disponibili a costruire col PRC e con tutti i suoi compagni e compagne, esperienze comuni di confronto e di iniziativa nelle quotidiane battaglie di classe, ambientaliste, antimperialiste, femministe. E speriamo anche, finalmente, anticlericali.
Ma lo faremo orgogliosi della nostra costruzione indipendente e della nostra identità: quella dell'unico partito della sinistra italiana che non si è inginocchiato di fronte alla borghesia; che non si è compromesso, né in tutto, né "criticamente", nella disfatta di questi anni; che ha fatto e fa dell'indipendenza di classe del movimento
operaio, e quindi della rottura col PD confindustriale (ieri, oggi e domani), l'asse strategico della propria proposta politica nella prospettiva di un'alternativa anticapitalista. L'unico partito, insomma, che considera il comunismo non un simbolo da riverire, ma un programma da realizzare: quello della rivoluzione sociale e del governo dei lavoratori.


lunedì 28 luglio 2008

Nota sull’ultimo numero di Micromega

(28 luglio 2008)

Nota sull’ultimo numero di Micromega

La manifestazione dell’8 luglio è stata un successo. Ma la redazione di Micromega si attesta sempre sull’antiberlusconismo liberale. In questa nota prendiamo in considerazione i principali punti negativi presenti sull’ultimo numero della rivista.

1) Il primo è che dopo il successo della manifestazione e i consensi ricevuti, (secondo il sondaggio di Mannheimer, riportato in uno degli art. di Flores d’Arcais), “Pancho” Pardi non prende in considerazione la lotta per far cadere Berlusconi:

“Ci aspetta una battaglia dura, che durerà cinque anni, ma bisogna prenderla sul serio, cari cittadini, bisogna lavorare, parlare, discutere, portare avanti la nostra campagna, bisogna impedire una vergogna nazionale incancellabile”.

Bisogna spiegare al prof. Pardi che i lavoratori e le lavoratrici “prendono sul serio” l’idea di sbattere giù Berlusconi il prima possibile ma non quella che ci dobbiamo attrezzare ad una “battaglia dura, che durerà cinque anni”. Bisogna spiegare al prof. Pardi che i danneggiati, da questo governo e dalla crisi in corso (e sono la maggioranza), fanno e faranno la lotta contro il governo padronale reazionario di Berlusconi per mettere fine alla sua politica da brigante capitalista. Inoltre, se Berlusconi concluderà i cinque anni di legislatura, saremo fatti a pezzi.

2) Pardi riprende con enfasi la retorica liberale antiberlusconiana, tirando in ballo i “paesi democratici”. Il segretario del tesoro del governo Bush, H. Paulson, ha lavorato per trentadue anni alla Goldman Sachs. Adesso che non è più un “dipendente” della banca non fa più gli interessi della Goldman Sachs, degli altri pescicani e quelli suoi propri? L’antiberlusconismo liberal ultramoderato di Pardi è una vera e propria apologia del sistema liberale. I paesi democratici esistono solo nella testa di Pardi. C’è democrazia dove il sistema elettorale assicura ai soli partiti della borghesia la presenza nel parlamento e nel governo? E’ un esempio di democrazia un paese dove nel caso del salvataggio della Bear Stearns “i contribuenti ancora non sanno con precisione le dimensioni del rischio che si sono accollati….Ma a confronto dell’intervento proposto per salvare Fannie Mae e Freddie Mac, il salvataggio della Bear Stearns sembra un modello di corretta amministrazione”? Il testo citato è di J. Stiglitz, economista borghese ( Sole24ore 27 luglio).

Se Pardi vuole fare, sul serio, la lotta a questo governo, deve abbandonare la retorica sui paesi democratici e concentrare maggiormente la sua attenzione sulla realtà effettuale. Se Pardi, come tutti gli altri di Micromega, continua a non riconoscere la realtà della lotta di classe finirà con l’essere utilizzato da Berlusconi e da i suoi per dimostrare che il suo governo è liberale dal momento che pure Pardi e Micromega fanno l’opposizione. Ma si può, ancora, nello stato italiano, dopo le critiche di Giuseppe Ferrari a Mazzini - 157 anni fa -, si può chiamare alla lotta per la difesa della democrazia politica senza combinarla con la lotta per rivendicazioni economiche anticapitaliste? “La libertà, la sovranità, l’indipendenza”, scriveva Giuseppe Ferrari, “non sono che menzogne là dove il ricco schiaccia il povero, là dove il povero non può nulla se non si affanna a procacciar delizie ai ricchi; là dove il povero non può sfamare la famiglia se non con l’esaurire le sue forze nell’innalzar palazzi, nel lavorare ad un lusso al quale non può mai metter mano”. Mazzini non era un giacobino, non fu capace di costruire un’avanguardia rivoluzionaria borghese che si mettesse alla testa delle masse contadine e che scatenasse la guerra contro i proprietari aristocratici, i latifondisti borghesi, lo stato Vaticano e la chiesa cattolica. Se un individuo come Benedetto XVI pretende di dettare legge lo dobbiamo anche a Mazzini e ai suoi simili.

3) Flores d’Arcais, fa l’elogio della retata dei pesci piccoli a Wall Street di alcune settimane fa. Ma non dice che i veri responsabili della crisi sono i governatori delle banche centrali delle potenze imperialiste. Draghi nelle sue considerazioni finali, ha elogiato “la straordinaria espansione del credito, che per molti anni aveva contribuito alla robusta crescita dell’economia mondiale”. E’ certo che, in questi anni di “straordinaria espansione”, la minoranza borghese si è abbuffata e ha proseguito nelle guerre criminali.

Il direttore di Micromega ritiene, come Gobetti, che esista una borghesia illuminata. L’antifascista piemontese si illudeva sulla capacità del capitalismo di sviluppare le forze produttive. Questi sono gli abbagli che si prendono quando si rifiuta l’analisi di Lenin sull’imperialismo quale fase finale del capitalismo. Per Gobetti il fascismo era espressione politica della parte protezionista e parassitaria del capitalismo italiano. Il fascismo fu, al contrario, la scelta unitaria di tutte le principali frazioni della borghesia per eliminare definitivamente ogni organizzazione indipendente del proletariato, e per questo fine era obbligata la soppressione della democrazia politica borghese. La borghesia illuminata, produttiva, concorrenziale, secondo Gobetti, avrebbe dovuto allearsi alla classe operaia dei consigli di fabbrica per dar vita alla Riforma morale ed intellettuale dello stato borghese italiano. L’idea dell’alleanza fra borghesia produttiva e proletariato è antica, fu proposta, infatti, dal grande socialista utopista Saint Simon criticato, prima, dal socialismo rivoluzionario di Blanqui, e poi dai più giovani Marx ed Engels. I marxisti le idee non le considerano astrattamente, ma in relazione ai gruppi sociali che le sostengono e per le quali, in determinate situazioni, questi gruppi sociali possono combattere ed avere disprezzo della morte. Pietro Gobetti entra nello studio che fa Gramsci sulle forze della rivoluzione nello stato italiano: è l’espressione dei settori antifascisti della piccola borghesia integrata nel tessuto industriale capitalistico. Per la presa del potere era necessario che la classe operaia dei consigli di fabbrica conquistasse questi settori della piccola borghesia alla lotta per la dittatura del proletariato rivoluzionario. La gobettiana intransigenza, di cui parla Flores d’Arcais , era quella di un intellettuale piccolo borghese che aveva individuato, seppur confusamente, i limiti formalistici e controrivoluzionari di un antifascismo liberale che escludeva e contrastava il ruolo egemone della classe operaia.

La redazione di Micromega, se vuole dare, sul serio, un contributo alla lotta contro il governo padronale reazionario, deve fare due scelte:

1) impegnarsi a costruire un movimento politico delle masse che, il prima possibile, cacci via Berlusconi e non fra cinque anni, a fine legislatura (cretinismo parlamentare);

2) impegnarsi in un’analisi del capitalismo così com’è e non come dovrebbe essere, nella valutazione dei circoli dirigenti nazionali ed internazionali del capitalismo, della loro crisi inarrestabile, al fine di impedire che nella loro catastrofe ci trascinino tutta l’umanità.

Gian Franco Camboni sez. prov. Pcl di Sassari

Ozieri 28 luglio 2008

domenica 27 luglio 2008

Per una assemblea nazionale unitaria dei delegati che lanci una lotta ad oltranza contro l’offensiva reazionaria di governo e padronato

Volantino distribuito dai militanti del PCL all'assemblea della sinistra Cgil del 23 Luglio

La riunione odierna, con il suo carattere unitario, rappresenta sicuramente un avvenimento positivo, che deve trovare una sua continuità.

Certamente però non può rappresentare in sé una risposta all’offensiva che si sviluppa in questi giorni in termini drammatici per i/le lavoratori/trici da parte del governo e del padronato.

Come ben sapete le misure oggi votate con il maxiemendamento al DPEF, l’attacco frontale al pubblico impiego, la modifica del ruolo del contratto nazionale proposta nella trattativa a perdere con Confindustria, configurano la prospettiva di un ulteriore pesante arretramento per la classe lavoratrice.

Bisogna quindi certo chiedere la rottura immediata della trattativa e la sua chiusura da parte della CGIL, rompendo finalmente con i sindacati padronali CISL e UIL.

Ma anche se questo avvenisse (ciò che è purtroppo impossibile per l’attuale gruppo dirigente della CGIL) oppure nel caso (improbabile) che la nostra confederazione non firmi un accordo il problema rimane quello della mobilitazione per respingere le misure governative e quanto previsto nell’accordo.

Il sindacalismo di base ha convocato uno “sciopero generale” per il prossimo 17 ottobre. In mancanza d’altro si potrebbe dire meglio di niente , ma appunto non di più. Come militanti del PCL vi aderiremo tutt*, ovunque collocati sindacalmente, e quindi anche come iscritti CGIL. Ma nel contempo non possiamo che dire che convocando ora uno sciopero di un giorno per l’autunno, senza porsi il problema di tentare di costruire nella più ampia unità possibile, una mobilitazione reale e di massa, i gruppi dirigenti dei sindacati di base continuano a privilegiare in maniera autocentrata momenti propagandistici alla difficile lotta per una radicale risposta di classe.

La sola iniziativa che può tentare di rompere il ciclo delle sconfitte, prodotto della politica di subordinazione al padronato e ai suoi governi, in particolare di centrosinistra, delle grandi organizzazioni sindacali e in primo luogo della CGIL (e della politica di collaborazione di classe della sinistra governista) è la convocazione unitaria da parte di tutte le forze della sinistra sindacale, ovunque collocate, di una assemblea nazionale di delegat* che lanci una lotta ad oltranza nelle forme e su una piattaforma democraticamente determinati.

Una piattaforma che implichi ovviamente l’annullamento delle ultime misure del governo Berlusconi, l’abrogazione delle leggi di precarizzazione (legge 30 ma anche pacchetto Treu), un forte recupero salariale, e , crediamo, anche un salario minimo garantito intercategoriale, una dignitosa indennità di disoccupazione, il ritorno alla chiamata numerica e alle norme pensionistiche precedenti alla controriforma Dini.

Noi crediamo che sia su questo terreno che debbano impegnarsi le forze qui presenti. Se ci limiteremo invece a un dissenso tutto interno alla CGIL non riusciremo certo a tentare, almeno, di impedire una nuova sconfitta dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 20 luglio 2008

Successo del meeting nazionale del Pcl

Successo del meeting nazionale del Pcl

(18 luglio 2008)

Nonostante il periodo estivo e le difficoltà finanziarie dovute ad una campagna elettorale che ha visto un impegno importante di tutti i militanti, centinaia di compagne e compagni del Partito Comunista dei Lavoratori, la sezione italiana del Coordinamento per la rifondazione della IV Internazionale, provenienti da tutta Italia si sono riuniti sabato 12 luglio a Roma per il meeting nazionale del Partito dal titolo: "Via il governo Berlusconi. Per un parlamento dei lavoratori e delle sinistre. Costruiamo il Partito Comunista dei Lavoratori, la sinistra che non tradisce".

In un'atmosfera di grande entusiasmo i partecipanti hanno ascoltato l'introduzione di Franco Grisolia, dell'esecutivo nazionale del PCL, che ha anche ricordato il 70° anniversario della fondazione della IV Internazionale, le conclusioni di Marco Ferrando, portavoce nazionale del partito e vari interventi. Questi hanno incluso quelli di due delegati sindacali, membri della direzione nazionale del PCL, Daniele Debetto della Pirelli di Torino e Luigi Sorge della Fiat di Cassino, di due altri componenti della DN del PCL, Tiziana Mantovani e Pino Siclari e del più giovane dirigente nazionale del PCL, lo studente Ottaviano Lalli. Particolarmente significativi gli interventi dei compagni Michele Conti e Bianca del Vecchio, rappresentanti di due sezioni di Prc e Pdci che hanno in questi mesi abbandonato questi partiti per raggiungere il PCL, espressioni di un processo di crescita del PCL che sta continuando dopo le elezioni politiche di aprile scorso.

La voce delle altre sezioni del CRQI è stato espressa dal compagno Peter Johnson di Refoundation and Revolution degli Stati Uniti e dall'ampio messaggio del compagno Savas Matsas, segretario dell'EEK, letto dalla presidenza.

L'asse del meeting è stato la sottolineatura del modesto ma reale successo politico del PCL, del disastro annunciato dei riformisti (che hanno perso oltre il 70% dei loro voti alle elezioni) a causa della politica di collaborazione di classe nella partecipazione al governo di centro sinistra di Prodi, dell'opportunismo centrista di "Sinistra Critica" che a tale governo ha dato un "sostegno critico".

Per questo l'unica prospettiva per la classe operaia italiana e la sua avanguardia è quello di raggrupparsi nel PCL, la sinistra che non ha mai tradito e mai tradirà.

Nel contempo il PCL propone all'insieme della sinistra politica e sociale di unirsi in fronte unico a partire dalle fabbriche e quartieri, con delegati eletti e revocabili (parlamento dei lavoratori e delle sinistre), per organizzare la lotta al governo Berlusconi e alle sue misure politiche e sociali, ma sulla base ineliminabile di una completa rottura con il centrosinistra e il Partito Democratico di Veltroni.

Il meeting si è chiuso al canto dell'Internazionale e con lo slogan classico del PCL "Il proletariato non ha nazione, internazionalismo, rivoluzione. La rivoluzione sarà mondiale, viva la IV Internazionale".



lunedì 7 luglio 2008

Appello ai lavoratori ed alle lavoratrici della provincia di Nuoro. Basta con gli incontri dei sindacati con Soru & C., occupare le fabbriche in crisi

I segretari di CGIL, CISL e UIl della provincia di Nuoro, di fronte al riconoscimento che ci sono 1.500 nella provincia di Nuoro, non trovano di meglio che chiedere un incontro con il presidente del consiglio regionale G: Spissu. Poichè si tratta dell’ennesima iniziativa per consumare il tradimento nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici, i segretari nuoresi di CGIL, CISL e UIL non potevano trovare di meglio: G. Spissu ha un passato ai vertici della CGIL di Sassari, dove si è distinto per il suo craxismo.



I lavoratori e le lavoratrici devono riprendere la strada della lotta, rompere con i capi provinciali di CGIL, CISL, UIL e UGL e occupare le fabbriche in crisi. Solo con l’occupazione delle fabbriche si può piegare la volontà padronale e raccogliere il sostegno attivo degli altri lavoratori, delle lavoratrici e del popolo dei nostri paesi.

Tutte le strutture e i mezzi del sindacato devono essere utilizzati per organizzare l’occupazione.L’esasperazione per l’oppressione economica creerà intorno alle fabbriche occupate un vasto fronte di solidarietà e di lotta. Bisogna, perciò, dar vita nei nostri paesi una mobilitazione contro i tagli alla spesa ai comuni (9,2 miliardi di euro), alla scuola ( licenziamenti per centomila insegnanti di ruolo, supplenti e personale amministrativo ausiliario)e lauti finanziamenti alla scuola privata), alla sanità.

La crisi capitalista, iniziata negli USA nel giugno del 2007, è inarrestabile. Gli arresti di questi giorni a Wall Street per i crolli finanziari riguardano solo le pedine. Un giornalista del giornale di Confindustria si domanda : “ Ma non erano stati forse i vertici delle banche ad autorizzare certe spericolate triangolazioni finanziarie per aggirare la normativa vigente, e mettere le mani su strumenti finanziari per poi rivendergli agli ignari risparmiatori?”. Fra quei vertici c’è l’attuale governatore della Banca d’Italia, che prima di approdarvi era un dirigente della Goldman Sachs, una delle più potenti banche d’investimento del pianeta, che ha registrato un calo dei profitti per 2,09 miliardi di dollari.

Nè gli industriali, nè i banchieri né i loro lacchè di centrodestra e di centro sinistra, né la burocrazia sindacale sono in grado di uscire da questa crisi capitalista inarrestabile.

Ai lavoratori, alle lavoratrici, alle masse popolari non resta altra strada che la lotta organizzata di massa.

La prima risposta dev’essere l’occupazione delle fabbriche, senza questa formidabile strumento di lotta le mobilitazioni, gli scioperi, i presidi e le altre forme di lotta sono inutili.

Occupare le fabbriche in crisi per nazionalizzarle senza indennizzo e porre la produzione , la distribuzione e il rapporto con le banche sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici.

martedì 24 giugno 2008

MEETING NAZIONALE del PCL

A Roma, presso il Centro congressi Frentani, Via Frentani 4

12 Luglio 2008 - ore 14:00-19:00


MEETING NAZIONALE del PCL

Contro Berlusconi

Per un parlamento dei lavoratori e delle sinistre

COSTRUIAMO IL

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Chi dalla provincia di Olbia volesse partecipare può contattarci a questa email: pclolbia@yahoo.it; oppure ai numeri: 346-7949481 o 338-7186230.