mercoledì 23 aprile 2008

Documento della Direzione Nazionale del Pcl sul voto del 13/14 aprile.

Il voto del 13/14 aprile: la vittoria del centrodestra,
la sconfitta strategica del PD, il disastro dell’Arcobaleno.

(23 aprile 2008)

I risultati elettorali delle elezioni politiche 2008 hanno ristrutturato profondamente il quadro politico italiano. I tre dati più evidenti sono il successo dell’alleanza Berlusconiana, la sconfitta strategica del Partito Democratico e il drammatico tracollo della “sinistra arcobaleno”.

1) Il successo del centrodestra è evidente, come è chiaro il trionfo personale di Berlusconi. Qualche mese fa era esploso il fragile equilibro della Casa delle Libertà: “siamo alle comiche finali”, la battuta di Fini sembrava un epitaffio su ogni suo possibile sviluppo politico.
Ma proprio quando Veltroni con la nascita del PD imponeva un cambio di strategia alle “spallate” parlamentari, il governo Prodi è caduto per una “buccia di banana”, in una situazione di logoramento strutturale. Non è caduto per l’azione delle forze sociali (siano esse del capitale o del lavoro), ma per varie e convergenti operazioni di ricollocazione politica (Mastella, Bordon e Manzione, Dini, ecc), che porta proprio questi soggetti alla scomparsa o alla marginalità politica.
Il dato fondamentale, dialettico e non matematico, è che vince Berlusconi. Torna al governo in un quadro di forte consolidamento del centrodestra. Risultato non matematico perché effettivamente il PDL perde più di centomila voti in dati assoluti, esito di un piccolo tracollo al Nord (soprattutto in direzione della Lega) e di una significativa avanzata nel meridione.
Le ragioni del trionfo del centrodestra sono chiare: la disaffezione della grande maggioranza del popolo italiano (si potrebbe dire di tutte le classi sociali ad eccezione della grande borghesia) per il governo Prodi e la sua politica.

In questo risultato è evidente la forte avanzata della Lega Nord. Un successo che ha riempito in questi giorni commenti e analisi del voto. Ma un successo che è caratterizzabile soprattutto dal recupero del consenso che la Lega otteneva a metà degli anni ’90. Un risultato cioè simile al voto del 1996 per percentuali complessive e pervasività territoriale (anzi, a rigor del vero, inferiore a quello).
Non si intende con questa considerazione minimizzare questo risultato. Nel 2001 al Lega conosceva un tracollo per molti versi simile (nei numeri) a quello di oggi della “sinistra alternativa” (3,9% alla Camera, mancando il quorum); ma nel quadro della vittoria della Casa della Libertà e dei collegi uninominali, i suoi effetti politici furono ridotti. Oggi recupera quella sconfitta non dall’opposizione, ma in un’alleanza che conquista il governo. Certamente prende anche un voto operaio e popolare, ma questo dato deve essere letto con cautela e senza l’enfasi che leggiamo in questi giorni. Nel 1996 (e nelle amministrative anche in anni precedenti) la Lega era risultata anche più pervasiva di oggi in questi settori sociali, conquistando il voto degli operai cattolici (bergamasca) e dal bacino elettorale in dissoluzione del PCI (periferie milanesi nel 1993 con Formentini). Il dato più significativo di questo recupero non è la sua profondità nei territori “pedemontani” di classico radicamento della Lega (come già detto, anche inferiori ad allora) ma la sua estensione in aree nuove (Sesto San Giovanni, l’Emilia ed anche, seppur in minor misura, la Toscana). Un risultato frutto di un’egemonia politica e culturale più che di una struttura organizzata e radicata nel territorio. Per capirci, non riteniamo di trovarci di fronte ad una versione italiana del “peronismo”: non c’è nel Nord Italia un’egemonia organizzata di massa tra i lavoratori da parte della Lega, nei numeri (non hanno il consenso della maggioranza assoluta della classe operaia “centrale”) e nella capacità di controllo sociale nei quartieri o nelle fabbriche (simile, ad esempio, a quella sviluppata dal PCI nel dopoguerra con il suo radicamento capillare).

2) Il risultato elettorale ha evidenziato un calo di voti per le forze che componevano la vecchia Unione di circa 2milioni e mezzo di voti, pari a circa il 7-8% dei voti totali. Tale percentuale corrisponde quasi esattamente a quanto perso dalla forze della Sinistra Arcobaleno nel loro disastro, anche se il problema dei flussi è più contraddittorio di come appare ad una prima lettura.
Il “recupero” veltroniano (“siamo ad una incollatura”) si è rivelato una bufala. Il Partito Democratico centra due importanti risultati strategici: conquista una semplificazione e bipartizione del sistema politico, elimina dal quadro istituzionale la sinistra (vecchia strategia perseguita dal PdS nei primi anni ’90). Ma subisce una pesante sconfitta politica sul terreno principale della sua nascita, lo “sfondamento” al centro con la conquista di voti moderati dal bacino elettorale del centrodestra.
Il risultato del PD, con un’avanzata di circa 180mila voti, è la sintesi matematica della conquista di un voto “utile” di un milione o forse più di elettori alla sua sinistra e la perdita di un numero quasi identico di elettori, verso l’UDC, la Lega al nord e, al sud, il centrodestra. E si ritrova oggi con un distacco del 9% nei confronti dell’alleanza berlusconiana. Un dato apparentemente incolmabile, che rischia di consolidare una collocazione all’opposizione non soltanto per i prossimi 5 anni, ma per un intera fase storica-politica. E da cui, ad oggi, è difficile vedere l’uscita nel quadro dell’asse della proposta veltroniana: o si prosegue e approfondisce una strategia di alleanza verso il centro politico (UdC), che ribalta l’enfasi sul partito unico dei progressisti; o si riavvia un percorso “ulivista” di ricostruzione di un’alleanza a sinistra. In questo quadro c’è inoltre da segnalare il successo dell’Italia dei valori, che conquista probabilmente consensi sia nell’area moderata (professionisti ed ex “girotondini”), sia nell’elettorato popolare (probabilmente anche una certa quota di voto di “sinistra”).

3) La “sinistra arcobaleno” termina il suo breve percorso politico perdendo oltre 2/3 del suo elettorato consolidato (PRC, PdCI e Verdi) e ¾, se non molto di più, di quello “potenziale” (Sd e attrattività del nuovo soggetto). Le basi di questo tracollo stanno, al di là di ogni dotta disquisizione sui processi storici in corso e sull’incapacità “antropologica” della sinistra a comprendere i nuovi assetti sociali, nella vergognosa politica di tradimento degli interessi della classe operaia, degli altri settori di massa e delle istanze dei movimenti (a partire da quello contro la guerra). La ragione fondante della perdita di consensi, cioè, sta nei fischi di Mirafiori e nell’accordo dello scorso autunno su welfare e pensioni. Le ragioni del tracollo stanno nella delusione rispetto a quella aspettativa, creata ed incentivata da Bertinotti e soci, di poter “contaminare” l’azione del governo con le istanze sociali della passata stagione dei movimenti (2001/2003), di veder aumentati salari e pensioni, di veder rafforzati i servizi pubblici. E’ il risultato diretto di un “cuneo fiscale” finito interamente al padronato, dei tagli di docenti e classi nelle scuole, della ripresa delle privatizzazioni, delle finanziarie da 35 miliardi.

E’ nostra impressione che in generale non ci sia solo un travaso diretto tra le forze della “sinistra arcobaleno” ed il PDL o la Lega, ma (e forse soprattutto, ma su questo è necessaria un’analisi più approfondita dei flussi elettorali) una dinamica più articolata e complessa del voto: elettori DS e Margherita che si sono spostati sia sull’UDC sia su Lega e PDL, a loro volta compensati da “elettori” della Sinistra Arcobaleno che, nell’urna, hanno scelto questa volta il PD (con uno stesso risultato apparentemente “statico” del UDC che vede un voto in “entrata” dalla Margherita ed uno in “uscita” verso il centrodestra).
E lo stesso “voto utile” al Pd (prima ricordato) è stato per una parte rilevante non uno spostamento di consenso, ma la soluzione a negativo della disaffezione verso il tradimento del PRC ( “se tanto Bertinotti e soci non valgano niente come comunisti e difensori dei lavoratori, tanto vale turarsi il naso e votare per chi potrebbe battere Berlusconi”).
Il terzo grande terreno di perdita per le forze della SA è rappresentato dall’astensione, aumentata di un milione di persone, schifati della sua politica e non sufficientemente coscienti o incentivati per spostare a sinistra il proprio voto (PCL o Sinistra Critica).
Infine il quarto terreno di perdita dell’arcobaleno, ed in specifico del PRC e del PdCI, è quello che riguarda il voto per l’estrema sinistra. Non a caso ignorato da tutti i commentatori borghesi e giornalisti vari, riguarda quasi 400.000 voti.
Come visto, dunque, il tracollo miserevole dell’arcobaleno è andato in tre direzioni: in primo luogo il “voto utile” (35-40% del voto del 2006) poi verso l’astensionismo (circa il 25% per cento probabilmente) e infine verso noi e SC (circa il 10-12%).
Il tracollo è stato tanto più repentino e drammatico in quanto più falsa a positiva era l’immagine precedente.
L’”onesto, coerente e intransigente Bertinotti” è apparso alla maggioranza del suo elettorato per quello che è: “coerente e intransigente” solo nel cercare, a qualsiasi prezzo, ruoli istituzionali e inviti nei salotti mondani e aristocratici. Il “re è apparso nudo” e con lui tutto la schiera dei principi e nobili. Per questa la caduta è stata così drammatica.


Possibili prospettive del governo Berlusconi: una stabilità segnata da diverse contraddizioni

I blocchi elettorali che emergono del voto del 13/14 aprile, come d’altra parte quelli sociali che sottostanno a questi risultati, appaiono meno sconvolti del quadro politico sopra indicato. I risultati elettorali degli ultimi quindici anni sembrano cioè essere più l’effetto delle scomposizione e ricomposizione dell’offerta politica e delle alleanze che uno spostamento dei consensi reali nel paese. Nel 1994 Berlusconi vince grazie ad un alleanza variabile con Lega e An e la divisione tra PPI e Progressisti (anche lì, con pochissimo scarto al Senato, sotto i 160 all’inizio della legislatura); Prodi vince nel 1996 grazie all’Ulivo e la divisione della Lega nel centrodestra; Berlusconi vince nel 2001 ricomponendo la Casa della libertà e con il Prc fuori dall’Ulivo; Prodi rivince nel 2006 di un soffio alla Camera (25.000 voti), ed avrebbe perso al Senato, dove ha alcune centinaia di voti meno del centro destra, se il premio di maggioranza fosse stato su base nazionale o se nei collegi esteri il centrodestra non fosse andato diviso su più liste .
In questo quadro la fedeltà di voto in alcuni settori sociali è estremamente alta (professionisti e piccoli imprenditori al centrodestra; pubblico impiego e grandi imprenditori al centrosinistra). Il voto più mobile, meno fedele e strutturato, appare essere quello dei ceti operai, dei lavoratori dipendenti privati e dei settori popolari (precari, disoccupati, semiproletariato).
Nonostante questa stabilità sostanziale del blocco sociale di riferimento del PDL e della Lega (liberi professionisti, capitale “nazionale”, piccola impresa, ceti popolari ed operai; con una guida personalistica di Berlusconi e l’attenzione territoriale della Lega), con le differenze e le contraddizioni già emerse nel passato, questo governo non si presente come debole o posticcio.
Da una parte il quadro istituzionale è dato, senza ambiguità o instabilità latenti (maggioranza solida alla Camera ed al Senato). Non si profila alcuna alternativa possibile in parlamento. An e Forza Italia sono concentrate nella costruzione del PDL. La Lega è interessata a consolidare il rapporto con la borghesia del Nord Italia, mostrandosi responsabile. Ed il PD è per ora “imballato”, come notato prima, da una crisi di strategia: il voto di “sinistra” è probabilmente in prestito e comunque non consolidato, la distanza dal PDL evidente. Saltata la separazione consensuale tra Veltroni e Bertinotti, il PD si carica oggi di un rapporto con la Cgil e con un pezzo di elettorato che per loro è difficile mediare con le esigenze di recupero del voto moderato. Quindi allo stato attuale delle cose, tendenzialmente, è un governo che ha un alta probabilità di durare l’intera legislatura.

Rimangono, evidenti, alcune contraddizioni del blocco sociale di riferimento che possono tendersi ed anche precipitare in un conflitto aperto, particolarmente sulla politica economica del governo.
Berlusconi ha interesse, viste anche le precedenti esperienze (autunno 1994, art 18 nel 2002/2003), a non aprire nei prossimi mesi un stagione di aperto conflitto di classe nel paese. Ma le pressioni dei Confindustria e del padronato sono già esplicite in questo senso, enfatizzando la scomparsa della sinistra dal parlamento e puntando ad una sua marginalizzazione sociale (Cgil), come la richiesta di avanzare rapidamente sullo straordinario (flessibilità orari e turni) e sulla controriforma del contratto nazionale di categoria. E nel sindacato confederale inizia ad emergere un certo scompaginamento, che potrebbe alludere ad un ritorno alla stagione dei contratti e dei patti separati.
Ed esiste, evidente, un problema di merito nell’applicazione del programma berlusconiano. In campagna elettorale sono state elargite impegnative promesse ai diversi soggetti del suo blocco sociale: interventi infrastrutturali, detassazione (Ires, ICI, straordinari), interventi diretti di sostegno al reddito (aumento salari e pensioni), federalismo fiscale. Ha la necessità di recuperare rapidamente risorse. Non a caso Tremonti inizia il suo mandato di ministro dell’economia “in pectore” attaccando il neoliberismo di Draghi, richiedendo politiche neokeynesiane (!!!!) e proponendo l’apertura di un debito pubblico europeo (cioè, il campione dell’antieuropeismo che propone di aprire un vero e proprio bilancio pubblico dell’UE per attivare politiche anticicliche). Ma il margine più concreto e veloce è quello della tosatura dei servizi pubblici (scuola, sanità) e soprattutto del pubblico impiego. Cioè quello di avviare un offensiva contro il lavoro sia sul versante dei contratti e dell’organizzazione del lavoro, sia sul versante della riduzione dei servizi pubblici.

Ma quale rapporto avranno i settori più significativi della classe con questo governo? Ad oggi il morale appare depresso. L’effetto immediato è di una scoramento e di uno sbandamento che si innesta sul logoramento e la sfiducia che hanno attraversato gli ultimi due anni. Ma se la stato è questo, quale dinamica si può sviluppare nei prossimi mesi?
Se una reazione di massa, o dei settori di classe più centrali e organizzati, non è scontata né preventivabile, le contraddizioni e le occasioni di conflitto non mancheranno. Anche l’operaio che ha votato Lega e che crede nel federalismo fiscale, se questo non darà risultati o se ci sarà un attacco pesante sul contratto, non è detto che non sciopererà contro questo governo, come già fece nel ‘94 sulle pensioni o nel 2002 su articolo 18. E le dinamiche di conflitto possono trovare inaspettate occasioni di radicalizzazione, in un quadro in cui gli strumenti e le strutture di moderazione delle lotte sono oggi molto più deboli che nel passato: nel 2001/03, ad esempio, la Cgil di Cofferati ed il PRC di Bertinotti hanno limitato le asprezze dello scontro (lo sciopero degli autoferrotranvieri, ecc) e ricondotto nell’Unione quella stagione. La pace sociale, quindi, non è garantita dalla scomparsa della rappresentanza parlamentare della sinistra (come non è automatica e garantita una reazione significativa nelle fabbriche e nei posti di lavoro alle prossime controriforme di Berlusconi).

Su questa situazione inoltre si innesta l’andamento ed il ritmo della crisi economica e dei disequilibri che si propagano dalla recessione Usa, dalla crisi dei mercati finanziari, dalla tensione tra le aree valutarie, dall’aumento dei prezzi delle materie prime. Andamento e ritmi che potranno tendere, distendere o rompere le linee di frattura nel blocco sociale del centrodestra.
Una possibile, se non probabile, strategia di uscita da questa contraddizione potrebbe essere quella di uno “zapaterismo di destra”. Non riuscendo cioè a costruire consenso sul terreno dei provvedimenti economici, potrebbe enfatizzare e radicalizzare provvedimenti su altri terreni “identitari” e simbolici: per Zapatero, a sinistra, i diritti civili, la legittimità della militanza repubblicana nella guerra spagnola e la battaglia contro la chiesa cattolica; per Berlusconi, a destra, questa strategia potrebbe portare ad un iniziativa pressante sul terreno della sicurezza, della repressione, dei migranti.


L’estrema sinistra: il modesto, ma non negativo risultato del PCL e quello, minore, di Sinistra Critica

In questo quadro va analizzato il voto per il nostro partito e in rapporto ad esso, per evidenti ragioni, quello per Sinistra Critica. La contrapposizione nell’estrema sinistra tra un progetto comunista rivoluzionario e quello, oscillante, di un soggetto politico “movimentista” che si proponeva di ricostruire un soggetto unitario delle lotte sociali e dei movimenti del nostro paese.

In un contesto di implosione e tracollo dei punti di riferimento della sinistra e del movimento operaio del nostro paese, noi e SC intercettiamo soltanto una quota limitata dei consensi popolari e dei lavoratori italiani.
I processi di disaffezione, rifiuto e passivizzazione (astensionismo), il ripiegamento comunitario verso conflitti “orizzontali” con migranti od altri settori di classe (voto a Lega o PDL), il richiamo del tentativo di impedire a Berlusconi di governare (voto al PD o all’IDV) hanno sicuramente inciso più profondamente nelle scelte e nelle appartenenze, scavando nelle coscienze di larghi settori di classe nei lunghi mesi del governo Prodi o potendo contare su un sostegno mediatico ed una forza politica del PD molto maggiore della nostra.

Ma una sinistra di classe è risultata comunque presente. Non era un dato scontato, considerando che in altri stagioni di lotte e movimento le organizzazioni dell’estrema sinistra avevano ottenuto risultati simili a quelli di oggi (il manifesto nel 1972, Dp nel 1979). Un risultato quindi modesto, perché incapace di incidere in maniera consistente nella classe, ma non negativo, in quanto segnala una possibilità politica e l’inizio di un percorso di costruzione di una sinistra di classe nel nostro paese. Il punto è quale percorso e quale sinistra di classe. Il PCL conquista circa 208.000 voti (pari allo 0.57%), Sinistra Critica circa 167.000 (0.46%).
Un voto che per il PCL è particolarmente concentrato in realtà operaie, con un insediamento storico del movimento operaio e in particolare comunista. L’ 1% a Livorno, Mantova, Pavia, Lodi, Vibo Valentia e percentuali comparabili, anche se leggermente inferiori (0.8/0.9%) a Genova, in Emilia, Marche, Toscana, Umbria, come il voto nella cintura di Milano, Torino, Brescia e Roma (Aprilia e Pomezia), evidenziano particolarmente questo dato. In questo naturalmente ha un ruolo la nostra presenza e il nostro intervento, ma ciò non è né l’unico, e neanche il principale fattore di consenso, che ricade sulla proposta di un “partito” “comunista” e “dei lavoratori”.
Differentemente il voto di SC appare più concentrato nelle grandi città (Milano e Roma), si affianca o supera le nostra percentuali in realtà come Bari, Palermo, Brescia, Trieste, Vicenza, Verona e Padova. Un voto che appare consolidarsi in particolare nei settori giovanili e nel precariato. Ovviamente non sempre sono così lineari i risultati e le tendenze che emergono: Sc ha percentuali superiori alla sua media nazionale anche in Toscana (0.6), in Umbria (0.6), in Liguria (0.6) o a Torino (0.65). Ma in quei territori più netta è anche la differenza con il risultato del PCL, che raggiunge o sfiora l’un per cento.
Un voto ottenuto con un ostracismo ed una censura attiva delle nostre posizioni da parte dell’ “intellighenzia”, degli intellettuali e dei media di “sinistra”, dal manifesto a radiopopolare. Ed una presenza significativamente minore di Sinistra critica in televisione: nelle prime settimane questa ha avuto uno spazio 7 volte il nostro sui Tg, oltre che la presenza in trasmissioni di approfondimento come Annozero, Ottoemezzo, ecc.
Altro dato significativo che sembra emergere è la non sommabilità diretta dei due elettorati: nelle elezioni amministrative in cui erano presenti solo le nostre liste, o altre liste comuniste (Sinistra critica si è presentata solo alle Comunali di Roma), i risultati hanno evidenziato solo una convergenza parziale e limitata dei voti all’estrema sinistra.
Questa breve analisi rimanda al carattere della proposta politica del PCL e alle differenze con quello di Sinistra Critica. Il PCL, un percorso di ricostruzione di un progetto comunista e rivoluzionario, riesce ad incidere più significativamente nei territori con un insediamento “operaio e comunista” storico, con una coscienza di classe ed un identità politica più netta. Sinistra critica, con una presenza mediatica molto maggiore della nostra e con una candidatura simbolica di una “giovane”, donna e precaria riesce ad incidere maggiormente su settori di “movimento” giovanile, antagonista e di precariato sociale.


La “ricomposizione” della sinistra

La Sinistra Arcobaleno non c’è più. E più in generale, tutta la sinistra “governativa” entra in una profonda e strutturale fase di crisi, avviando ampi processi di scomposizione e ricomposizione delle diverse organizzazioni e, più significativamente, di migliaia e migliaia di iscritti, militanti ed attivisti in tutto il paese.
E’ possibile avanzare alcune prime osservazioni sullo sfondo delle prime valutazioni elettorali, dell’apertura della discussione negli organismi dirigenti dei diversi soggetti dell’ex-arcobaleno, delle prime reazioni nel vasto arcipelago di associazioni e circoli locali.

Le dimensioni e la profondità di una sconfitta inattesa nella sua estensione e nelle sue conseguenze (perdita della rappresentanza parlamentare), stanno sollevando un velo sulle rivalità dei suoi gruppi dirigenti. Alle spalle della “maggioranza bertinottiana” del PRC, come dietro a quella di Diliberto nel PdCI, da tempo erano evidenti linee di frattura personali e generazionali, lo scontro di “cordate” e di gruppi in cui spesso le associazioni e le dissociazioni erano lontane da ogni e qualsiasi ragione politica, ma motivate solo o principalmente dal miglior posizionamento nel proprio partito. Lungi dal nascere solo nell’esperienza di questi due anni di governo, la degenerazione della “piccola burocrazia” delle auto blu, dei posti in segreteria od in parlamento (e le relative conflittualità e miserie) ha segnato un lungo percorso nei partiti della sinistra governativa, dai Verdi al PdCI a Rifondazione, a partire dalla corsa ai posti di governo e sottogoverno nelle amministrazioni locali. La sconfitta leva un velo anche su questi aspetti, ed ancor più quello che appare sembrano solo macerie e rovine.

Ma non crediamo per questo che la sinistra sociale e politica sia semplicemente scomparsa. Neanche quella “governativa”. Dal voto delle amministrative alla permanenza di organizzazioni con migliaia di iscritti, dalla vitalità di una rete di circoli e comitati locali, la sinistra politica esiste e non scompare di un colpo dal paese. Non siamo di fronte ad un “americanizzazione” del quadro politico, cioè ad una totale emarginazione di una rappresentanza politica che, in un modo o nell’altro, fa riferimento ai lavoratori ed alle classi sfruttate della nostra società. Come non siamo di fronte ad una limitazione della rappresentanza politica ad un nucleo ristretto della società (50% di votanti), che lascia nel quadro statunitense ampie fasce sociali senza voce e difesa (40 milioni di persone senza copertura sanitaria, i “ghetti” neri, ecc). Che questo possa essere uno sbocco dell’attuale situazione è possibile, ma in ogni modo non è questa la situazione attuale.

In questo quadro, la discussione nella sinistra politica non è dominata unicamente dalla rivalità nei suoi gruppi dirigenti. Nell’area della SA sembrano emergere su questo sfondo tre diverse ipotesi politiche, in cui già dal prossimo autunno è possibile che emerga una nuova articolazione della sinistra italiana. Il dibattito in corso si sta cioè concentrando su tre diversi assi, che potranno trovare nei prossimi mesi diversi equilibri e diverse composizioni.
a) Il primo asse è quello del progetto “bertinottiano”, che vede nel risultato elettorale un elemento di radicalizzazione e approfondimento, anche se le torsioni del dibattito in Rifondazione possono far emergere un passo indietro tattico e/o retorico . Da una parte viene avanzata un’analisi che vede al centro della sconfitta la reticenza nella costruzione di una “nuova sinistra”, l’incapacità di entrare in sintonia e radicarsi nella società contemporanea, la necessità di riuscire ad articolare con più efficacia il tema della governabilità e della gestione del potere. E’ un asse che ricostruisce la sinistra intorno ad un nucleo socialista “di sinistra”, anche movimentista e radicale su singole vertenze, ma proiettato a ricostruire un’alleanza di governo con forze progressiste e liberali. Non a caso, crediamo, sono emerse in questi giorni sondaggi e disponibilità ad una convergenza con parte della galassia socialista, travolta a sua volta dal risultato del PS. Il “bertinottismo”, come la nottola di Minerva, rivela pienamente nel tramonto del PRC il suo nocciolo politico riformista, tesa a ricollocare definitivamente Rifondazione nel panorama socialista.
b) Il secondo asse è quello del gruppo dirigente “demoproletario” del PRC, che trova anch’esso dopo il voto una radicalizzazione dei dubbi e delle critiche avanzate nel corso della costituzione della Sinistra Arcobaleno. La proposta che avanzano parte dalla necessità di mantenere il quadro politico ed organizzativo del PRC, ma di articolare la politica di opposizione ed un radicamento sociale della sinistra in una Confederazione di partiti, circoli e associazioni della sinistra. Se analizziamo questa proposta, vediamo attualizzare analisi e riflessioni alla base della linea del “Movimento Politico per l’Alternativa su un asse comunista”, che rappresentarono la disastrosa sintesi teorica e politica su cui tramontò DP nel 1991 (già allora divisa tra coloro che puntavano più sui movimenti e coloro che erano più attenti ad un percorso “costituente” comunista). Non solo, quindi, a proporre questa prospettiva c’è un gruppo dirigente (i Ferrero, i Mantovani, i Russo Spena) pienamente coinvolto nella gestione del Prc e nel governo. Non solo sono stati organicamente con Bertinotti dal 1995 in poi, condividendone oggi passaggio politico e la scelta del governo. Non solo ne sono stati spesso i principali protagonisti, nelle segreterie nazionali e locali come nel governo, nel controllo del partito come nell’elaborazione di un’iniziativa tesa a superare Rifondazione comunista (dalla nonviolenza sul piano teorico alle tute bianche su quello organizzativo). Ma nel merito la stessa linea che propongono oggi sembra ripercorrere, senza alcuna riflessione critica, quella parabola contraddittoria che ha comportato in un altro periodo di crollo e rinascita della sinistra del nostro paese (1989/1992), il sostanziale “stallo” della propria azione politica, chiusa tra un’ottica movimentista ed una identitaria. D’altronde, la stessa composizione della neo-maggioranza del PRC, da Ferrero a Grassi, rende evidente il carattere e le contraddizioni di questa proposta.
c) Il terzo asse è quello della costituente dei comunisti, lanciato da un appello firmato da delegati di fabbrica e docenti universitari circolato nei giorni immediatamente successivi al voto (comunistiuniti), condiviso dal Pdci e guardato con attenzione da diverse sensibilità del Prc (Ernesto). E’ avanzata esplicitamente l’ipotesi di avviare un percorso di convergenza intorno al simbolo della falcemartello ed ad un identità “comunista” (in realtà neotogliattiana). Ma al di là delle scelte e delle responsabilità passate dei protagonisti di questa proposta (dal governo Prodi di questi due anni a quello D’Alema con i bombardamenti su Belgrado), il punto è un unità per fare cosa qui e ora. Una volta uniti, ed uniti su un terreno di opposizione, si intende stare nelle giunte comunali, provinciali e regionali con il PD? Si intende continuare a gestire le privatizzazioni delle municipalizzate ed il taglio dei servizi pubblici?
Un’unità a partire da un simbolo e da un’identità indistinta, senza basi programmatiche e senza una chiara collocazione politica, rischia di riprodurre il percorso della prima Rifondazione, comprensivo dei suoi esiti disastrosi: unirsi oggi per dividersi domani, sul rapporto con il PD, sulle alleanze contro la destra, sulla compatibilità con le politiche imperialiste italiane.

Questi tre progetti, qui sommariamente esposti, non sembrano riuscire a “tenersi” in un unico percorso politico, senza il collante della rappresentanza parlamentare ed uno sbocco condiviso. Il destino sembrerebbe inevitabilmente quello della separazione, almeno sino alle prossime elezioni europee in cui contarsi e verificare la percorribilità dei diversi percorsi. Ma è difficile prevedere con che modalità e dinamiche avverrà il confronto e lo scontro dentro PRC e PdCI, nel variegato circuito di associazioni,collettivi e centri sociali. Diverse potranno essere gli specifici bilanciamenti e accordi interni, con scomposizioni tra gruppi e correnti anche in soli due soggetti, od in molti di più.
In questo quadro è anche indeterminato il destino di Sinistra critica. Il progetto di costruire un soggetto politico dei movimenti ha trovato una battuta d’arresto sia nella composizione delle liste (escludendo singoli casi, di rilevanza locale o territoriale, il corpo dei candidati era tutto riferibile all’area di Sc in Rifondazione), sia nello stesso risultato elettorale. Anche in realtà di storico radicamento dell’area (Roma e Torino) il voto appare modesto, inferiore o di poco superiore a quello del PCL. E oggi appare più complicato di ieri rilanciare l’ipotesi della costituente anticapitalista, di fronte alla possibile esplosione di Rifondazione e alla strutturazione di molteplici percorsi politici. Possibile, in questo quadro, potrebbe essere un loro tentativo di raccordarsi ad un soggetto “piccola Rifondazione/DP”, se questa si concretizzasse dentro Rifondazione (congresso con maggioranza Ferrero) o tanto più fuori di essa (spaccatura del PRC).


Per una sinistra che non tradisce: una nuova fase di raggruppamento nel PCL

La risposta del PCL ai tre assi di polarizzazione della sinistra non può essere quella di concorrere al consolidamento di uno o l’altro di essi. Non solo perché squalificati sono i gruppi dirigenti che le propongono. Ma proprio perché il progetto che pongono in campo, a partire da quello della costituente dei comunisti, oscurano gli elementi programmatici per noi necessari alla ricostruire una sinistra di classe marxista rivoluzionaria nel nostro paese, le ragioni fondanti sulle quali siamo nati.
La ricostruzione di un partito comunista, in una fase di raggruppamento delle forze al di là dei percorsi politici e teorici passati, non può avvenire che sul terreno della prospettiva futura, dell’indicazione di un progetto e degli elementi fondanti la propria azione politica: la collocazione rispetto al centrosinistra, gli obbiettivi progettuali costituenti. Un partito comunista, cioè, lo si costruisce a partire dalla definizione programmatica e non dalla rivendicazione identitaria del partito. La “falcemartello” non è un simbolo astratto od un’appartenenza storica. E’ la rappresentazione di un programma che si propone la costruzione di un modo di produzione socialista. attraverso una rivoluzione consiliare, con un partito comunista rappresentante dell’indipendenza della classe operaia (che non costruisce quindi, oggi e domani, sul piano nazionale o locale, alleanze di governo con forze liberali o borghesi per quanto progressiste queste siano).
Come non è credibile ipotizzare confluenze tra noi e Sinistra critica, in un unificazione della estrema sinistra che sarebbe caratterizzata dalla confusione dei progetti e dei percorsi politici.

Nel contempo, davanti a questo situazione, è necessario intervenire attivamente nella fase di scomposizione in corso, avanzare cioè una proposta di ricostruzione di un soggetto comunista e di ricomposizione di una sinistra di classe nel nostro paese.
E’ necessario cioè ripresentare il progetto politico su cui ci siamo costituiti, come risposta attuale allo sbandamento ed alla rassegnazione. Ripresentare quindi il raggruppamento nel PCL dei comunisti che vogliono ricostruire un partito dei lavoratori, antistalinista e rivoluzionario. Una fase di raggruppamento caratterizzata dalla stessa apertura e confronto dialettico, a partire dai quattro punti, che hanno caratterizzato la fase costitutiva del Movimento per il PCL. Riaprire cioè una fase di adesione e costruzione del PCL, sulla base degli elementi essenziali del nostro progetto politico.

Una fase che parte dai risultati ottenuti nelle scorse settimane. Se infatti il risultato elettorale del PCL è stato modesto, ma non negativo, la campagna di raccolta firme e quella elettorale sono state estremamente positive per il Partito Comunista dei Lavoratori.
Dato assolutamente non scontato, ed anzi rilevante considerando le forze del PCL e le poche settimane a disposizione, sono state raccolte le firme necessarie (circa 2.000 per il Senato e circa 2200 per la Camera) in molte circoscrizioni: Piemonte Senato, Piemonte 1 Camera, Lombardia Senato, Lombardia 1 Camera, Liguria Senato e Camera, Emilia Senato e Camera, Marche Senato e Camera, Toscana Senato e Camera, Abruzzo Senato e Camera, Lazio Senato, Campania Senato, Basilicata Senato e Camera, Sicilia Senato, Sicilia 2 Camera.
E soprattutto l’intera organizzazione, per la prima volta, si è proiettata in una campagna “di massa”, superando le timidezze e le difficoltà generate da un lungo percorso, per molti compagni e compagne, di “opposizione” interna in Rifondazione e nei suoi gruppi dirigenti. Una campagna costruita davanti le fabbriche, nei mercati, nelle strade e nelle piazze a contattare sostenitori, a presentare il nostro programma e la nostra proposta politica.
Una campagna intensa e concentrata in poche settimane che, oltre il dato positivo della presentazione delle liste, ha permesso di costruire una vasta area di sostenitori attivi e di militanza intorno al partito (compagni e compagne che non solo hanno dichiarato di votare per noi, ma hanno distribuito il nostro materiale elettorale, hanno partecipato e spesso costruito con noi volantinaggi ed iniziative pubbliche).
Una compagna che già ad oggi ha rafforzato l’organizzazione ed aumentato significativamente le adesioni al partito. Una crescita ed un consolidamento dell’organizzazione che è ancora in corso in questi giorni e che non si è arrestata con il 13 e 14 aprile ed il nostro risultato elettorale. Anzi, la stessa fase di scomposizione ed implosione della “sinistra governativa” sta portando molti compagne e compagni a guardare con interesse al nostro progetto politico.
Questi intensi mesi di iniziativa di massa, la nuova significativa fase di adesione al partito, la stessa scomposizione del quadro politico della sinistra ci impongono di riaprire un periodo di costruzione del partito intorno alla nostra base programmatica. Se con il congresso di gennaio abbiamo chiuso la fase del Movimento costitutivo e fondato il partito, individuiamo oggi come elemento centrale dell’iniziativa del PCL la riapertura di una fase di raggruppamento.

Contro il governo berlusconi, per un opposizione di classe. Alcune linee di azione

Ma, come detto prima, è necessario anche avanzare un percorso ricompositivo della sinistra di classe nel nostro paese. Non sul terreno della costituzione di un unico soggetto politico (sia esso a base comunista identitaria o a base “movimentista”, di rappresentanza delle lotte sociali più significative). Ma sul terreno concreto delle lotte e dell’opposizione al governo Berlusconi.

Se è per noi importante intervenire nel dibattito politico della sinistra ripresentando il PCL e le sue ragioni fondanti reazione ed azione di classe non garantita, non possiamo nel contempo scordare che ai primi di maggio si costituirà il nuovo governo Berlusconi e, da subito, inizierà la sua attività controriformatrice e reazionaria.
Nel quadro del disastro della Sinistra Arcobaleno e dello scompagimento dei sindacati confederali, è probabile che nei prossimi mesi registreremo una latitanza dell’opposizione sociale e politica, in cui solo i Sindacati di base sembrano offrire un segnale di vita ed un indicazione di lotta (ipotesi di un’assemblea di metà maggio a Milano su una piattaforma unitaria).
E’ quindi necessario avviare una campagna politica di denuncia e contrapposizione a Berlusconi ed alla Lega, indicare sin dai primi tempi dopo la costituzione del governo una piattaforma e alcune parole d’ordine molto semplici con cui riavviare una mobilitazione di classe nel nostro paese. E’ necessario cioè articolare e modulare, sulla base dell’attuale fase sociale e politica, una vertenza generale di massa in grado di indicare una possibile strada di ricomposizione e di lotta comune ai diversi settori di classe, ora disorganizzati e fra loro scollegati (classe operaia centrale, dipendenti pubblici, precari, disoccupati, ecc).
In questo quadro si pone l’esigenza di proporre un’unità d’azione delle opposizioni e ed un’autorganizzazione della classe, tanto più a fronte dell’assenza dal parlamento di “esponenti” della sinistra sociale e politica.
E’ necessario cioè individuare una proposta ricompositiva e nel contempo in grado di riattivare un percorso di opposizione di classe nel nostro paese. Una proposta, ad esempio, di un “parlamento della sinistra”. Per capirci, che ricorda su altra base e con altro impianto sociale e politico, il “parlamento padano” con cui la Lega, dopo il disastro del 1996, ricostruì una propria identità organizzativa. La costruzione, a partire dalle lotte, di un parlamento delle sinistre, a base operaia e popolare, da contrapporre al governo Berlusconi e al “suo” parlamento addomesticato, che sia espressione unificante delle mobilitazioni, luogo pubblico di confronto tra posizioni e proposte diverse oggi presenti nel movimento operaio, e al tempo stesso, sede democratica di organizzazione e unificazione dell’iniziativa di massa.

Direzione Nazionale PCLavoratori , 20 aprile 2008

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