giovedì 19 luglio 2007

La lotta di classe in Pakistan

di Gianfranco Camboni (sezione di Ozieri del mPCL)
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“La conquista del potere da parte del proletariato
non mette fine alla rivoluzione, essa non fa che
inaugurarla.
La costruzione socialista non è concepibile che sul-
la base della lotta di classe nazionale e internazio-
nale.
Questa lotta, data la dominazione decisiva dei rap-
porti capitalisti sull’arena mondiale, condurrà
inevitabilmente a delle eruzioni violente, cioè all’in-
terno delle guerre civili o all’esterno delle guerre ri-
voluzionarie. In questo consiste il carattere perma-
nente della rivoluzione socialista, che si tratti di un
paese arretrato che dovrà compiere la sua rivoluzio-
ne democratica, o di un vecchio paese capitalista che
è già passato attraverso un lungo periodo di demo-
crazia e di parlamentarismo”
Trotsky

La lotta di classe in Pakistan
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“C’è storicamente un forte sentimento antimericano rafforzato dopo la guerra Afghanistan. Ci sono state numerose manifestazioni di protesta una di70-100 mila persone a Karachi,un’altra di dimensioni simili a Islamabad, e quella di domani a Latore sarà certamente di massa..…Il sentimento antimperialista non si esprime prevalentemente a sinistra a causa dell’arretramento storico della sinistra nel paese e del ruolo disastroso della leadership di Benazir Bhutto…è completamente venduta agli Usa che la utilizzano mandandola al potere quando serve qualcuno per calmare le masse, per poi buttarla via come un limone spremuto quando non serve più. In generale la sinistra si è fortemente indebolita e la maggior parte dei suoi militanti si sono gettati nelle attività delle Ong, che sono attività sostanzialmente affaristiche. Così sono diventati completamente cinici verso i lavoratori e le masse. E’ in questo vuoto che il fondamentalismo si afferma, e che spiega perché ad esempio i partiti islamici nelle regioni confinanti con l’Afghanistan.
Credo però che se il movimento raggiungerà uno sviluppo maggiore, i fondamentalisti no saranno in grado di controllarlo”
[ 2003] .
Così Lal Khan - dirigente di The Struggle (La lotta), sezione pakistana di Tendenza Marxista -caratterizzava lo stato della lotta di classe in Pakistan agli inizi della seconda guerra imperialista all’Iraq. Più avanti verranno esposte delle considerazioni sulla contraddizione che sussiste tra l’analisi fatta da Lal Khan e l’entrismo senza limiti di Tendenza marxista, anche dentro il Partito del popolo. Questo partito, al contrario delle forze islamiste, non chiamò le masse alla mobilitazione contro l’aggressione imperialista all’Irak.
L’approvazione di Benazir Bhutto della strage di Lal Masjid, la Moschea rossa di Islamabad, che accrescerà i consensi verso le forze islamiste, conferma l’analisi del marxista pakistano. Niente esclude che il sanguinario Pervez Musharraf e la casta militare possano aprire un’interlocuzione forte col Patito del popolo in nome “della lotta al terrorismo ed estremismo islamico” per difendere i valori della “laicità”.
La risposta alla strage di Lal Massjid non si è fatta attendere. E’ saltato l’accordo che Musharraf lo scorso settembre aveva stipulato con alcuni capi del Waziristan che impegnava
questi a cacciare via i guerriglieri islamisti non pasthum e a interrompere gli attacchi contro le truppe imperialiste in Afghanistan in cambio di un allentamento della presenza militare pakistana nella zona. Subito dopo la strage nel Nord-Waziristan sono stati attaccati due convogli militari nel Nord-Waziristan e a Matta e un centro di reclutamento della polizia a Dera Ismail Khan, 78 morti. La crisi del Waziristan si aggiunge alle resistenze nazionali nel Kashimir e nel Belucistan.
Dopo le mobilitazioni e le battaglie di strada del marzo di quest’anno, dopo che Musharraf aveva sospeso “per abuso di potere” Iftikhar Mohammad Chaudry, presidente della Corte suprema pakistana, l’apertura del fonte nel Waziristan, dove è sempre più radicata una resistenza militare antimperialista legata alla resistenza nazionale in Afghanistan, acuisce la crisi del regime della casta militare pakistana.
Dalla fine degli anni novanta in Pakistan c’e stata una reazione dei salariati contro la stretta imposta dal Fondo monetario internazionale, di cui Musharraf è il cane da guardia. Lotte contro la privatizzazione del settore delle telecomunicazioni; delle acciaierie, del settore bancario; contro i licenziamenti nella e le esternalizzazioni dei servizi di cucina, officina, di cabina nella compagnia aerea nazionale; contro i tagli dei finanziamenti al fondo delle pensioni pubbliche.
Nel Pakistan si pongono tutti i temi della rivoluzione permanente: la lotta di classe contro la borghesia pakistana, la questione agraria che si combina con le questione delle nazioni oppresse( Kashimir, Belucistan e Waziristan) e la rottura con l’imperialismo. L’attuale forza
dell’islamismo va spiegata con l’assenza di un partito proletario rivoluzionario in grado di esercitare l’egemonia sulle masse contadine che significa affrontare la questione del Kashmir, del Belucistan e del Waziristan con la linea del diritto all’autodecisione e della separazione, di un partito che sia in grado di sfasciare quest’artificiale costruzione statale creata dall’imperialismo inglese. Dati i termini della questione l’islamismo non può essere affrontato con la definizione di islamo-fascismo, definizione cara a tutti i liberali per giustificare il salto di qualità dell’offensiva imperialista dopo la restaurazione del capitalismo in URSS, a cui ha dato una mano il femminismo borghese, che come tutte le ideologie borghesi è astratto e formalistico per nascondere la concretezza storica della lotta di classe, dell’imperialismo e degli effetti politico-culturali dello sviluppo diseguale e combinato.
Sicuramente per le sorti della lotta di classe e antimperialista il rovesciamento del regime nepalese fiduciario dell’imperialismo nepalese sarebbe stato decisivo. Ma, purtroppo la guerriglia maoista guidata da Prachanda in ossequio alla strategia stalinista della rivoluzione a tappe, non ha voluto combinare la guerriglia rurale con le mobilitazioni e le battaglie di strada cittadine e lanciarsi in una lotta per la conquista del potere per passare all’espropriazione della classe dominante e alla liquidazione dell’esercito e di tutti gli apparati repressive, per dar vita a una dittatura rivoluzionaria in grado di esportare la rivoluzione in tutta l’area. Invece i maoisti nepalesi hanno scelto la strada che nello stato italiano fu seguita da Togliatti. Dopo aver intrappolato i maoisti nel governo, l’imperialismo Usa ha fatto slittare le elezioni per l’assemblea costituente agli ultimi mesi di quest’anno e il Nepal è ancora un regno, rafforza le bande della destra induista e prepara un bagno di sangue per i maoisti come avvenne nel 1966 per i comunisti indonesiani. Una dittatura del proletariato rivoluzionario nepalese che espropriasse i latifondisti, che desse la terra ai contadini, che nazionalizzasse il sistema bancario e il limitato settore industriale, che si ponesse come punto di riferimento per la lotta contro l’imperialismo, non solo avrebbe messo un argine alle forze islamiste ma avrebbe dato un contributo considerevole alla rivoluzione politica antiburocratica in Cina.
Ci auguriamo che il proletariato rivoluzionario del Pakistan riservi a Musharraf lo stesso destino che gli operai rivoluzionari riservarono a Mussolini.
Anche dalla lotta di classe in Pakistan emerge la questione fondamentale della nostra epoca: la costruzione del partito della rivoluzione socialista mondiale non in prospettiva ma come compito immediato:
“L’opportunismo, che vive coscientemente sotto il giogo dell’epoca passata, è incline a sottovalutare l’importanza del partito e della direzione rivoluzionaria…la tendenza opportunista è intervenuta seguendo una linea che contava troppo direttamente sulle ‘masse’, negando il problema del ‘vertice’ della direzione rivoluzionaria. Sul piano teorico generale, questo modo di procedere è falso e nell’epoca imperialista appare funesto” ( Trotsky).

Gian Franco Camboni sez.Ozieri-PCL 19/07/0/07

3 commenti:

Salvatore, uno studente comunista ha detto...

Considerando tutti i problemi e le ingiustizie nella nostra Isola, Voi, cari compagni, dedicate tutto questo spazio e tutte queste energie alla lotta di classe in Pakistan. Poi ci chiediamo perché qualcuno si disaffeziona alla politica.

Pcl Olbia ha detto...

Caro compagno, uno dei pilastri del marxismo rivoluzionario è, dato il carattere internazionale del capitalismo stesso, l'internazionalismo proletario. Essendo l'economia di ogni nazione parte dell'economia mondiale (che non va concepita come somma di tutte le economie nazionali, ma come un unico ente), il socialismo non potrà mai essere edificato in un paese solo, ma richiede che tutte le nazioni abbattano il capitalismo e diano vita alla dittatura rivoluzionaria del proletariato. Una delle ragioni per la quale la rivoluzione in Russia è stata sconfitta dallo stalinismo è la mancata rivoluzione in altri paesi occidentali, accompagnate da politiche internazionali fallimentari e filo-riformiste (vedi il caso della rivoluzione cinese ai tempi del Kuomintang). Pensare unicamente alla rivoluzione nella propria nazione è sciovinismo, oltrechè fallimentare.

Antonio

Anonimo ha detto...

caro comagno Salvatore, non mi sembra affatto che trascuriamo i problemi e le igiustizie della nostra isola, visti i comunicati sulla palmera, sulla technova e sulla novaflor, sul consiglio comunale di sassari, sul PRC sardo, sul presidenzialismo di Soru ecc. nonch� i nostri volantinaggi davanti ad alcune fabbriche galluresi...per il resto sostengo ci� che il compagno Antonio ha affermato nel commento precedente...
Umberto