martedì 29 gennaio 2008

IL PCL VERSO LE ELEZIONI

SE NE VADANO TUTTI. GOVERNINO I LAVORATORI
La crisi del governo confindustriale di Romano Prodi segna il fallimento del Centrosinistra e delle sinistre in esso coinvolte.
In due anni il governo Prodi ha agito come comitato d’affari di Confindustria e delle grandi banche: regalando loro decine di miliardi, detassando i loro profitti, offrendo loro la previdenza privata (TFR), mantenendo le leggi di precarizzazione del lavoro, elevando l’età pensionabile e colpendo persino il pensionamento di vecchiaia. Mentre, parallelamente, ha mantenuto basi e missioni militari, ha elevato le spese di guerra, ha premiato e promosso i vertici di polizia responsabili del G8, si è genuflesso al Vaticano perfino sui diritti civili, ha riproposto decreti xenofobi antimmigrati.
Questo governo non ha affatto garantito il “meno peggio”. Al contrario: ha realizzato in meno di due anni ciò che Berlusconi non sarebbe stato in grado di realizzare, a fronte della prevedibile opposizione di massa . E’ vi è riuscito grazie al sostegno determinate delle sinistre di governo e delle burocrazie sindacali, che per due anni hanno votato tutto ciò che il loro popolo aveva combattuto: in cambio di ministri, sottosegretariati, ruoli istituzionali; o di un posto a tavola della concertazione.
Il fatto che questa corresponsabilizzazione delle sinistre alle politiche antipopolari abbia regalato alle destre il monopolio dell’opposizione, favorendone il rilancio, aggrava ulteriormente le loro enormi responsabilità .
L’argomento di Giordano e Diliberto secondo cui sarebbero stati i poteri forti a causare la crisi di governo per timore delle annucinate politiche sociali “redistributive”, è falso e risibile. E’ vero che la Confindustria chiede oggi un altro governo: ma perchè ritiene che solo un governo più stabile possa dare continuità alle politiche confindustriali di Prodi e possa svilupparle coerentemente nella propria direzione. Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, ha espresso sulla crisi e sulle prospettive questo inequivocabile giudizio: ”Prodi aveva messo nella sua agenda il patto sociale tra governo, imprese e sindacati per rilanciare la questione salari e produttività, collegando il calo del fisco ad una riforma della contrattazione ed un aumento della produttività. Ora la crisi politica blocca tutto. E’ un peccato. Speriamo di poter riprendere al più presto, su basi più solide. Un negoziato su questi temi è quanto mai necessario”(IL Sole 24ore del 25 gennaio). L’opinione di Confindustria non poteva essere più chiara. Il fatto che le sinistre di governo possano ora essere scaricate dai padroni dopo il prezioso servizio prestato, è una misura ulteriore del loro fallimento.
La totale assenza di principi dei gruppi dirigenti delle sinistre arcobaleno è rivelata peraltro nel modo più clamoroso dalla dinamica successiva alla apertura della crisi.
Una parte della sinistra arcobaleno (PDCI), nel mentre vocifera su salari e precariato, ripropone solennemente l’incarico a Prodi e la propria fedeltà al suo governo. Un altra parte, con Fausto Bertinotti, apre addirittura allo scenario di un possibile governo istituzionale con Berlusconi (in perfetta convergenza con Luca Cordero di Montezemolo): se mai dovesse realizzarsi, questa proposta coinvolgerebbe le sinistre in una operazione di macelleria sociale e democratica ancora più impegnativa.
La verità è che per Bertinotti e il suo gruppo dirigente del PRC non contano, al di là delle chiacchiere sulla “verifica sociale”, le ragioni dei lavoratori. Conta la partita di poker sulla legge elettorale (che si vuole su misura della “Cosa Rossa”) e la salvaguardia della Presidenza della Camera. E persino le divergenze inedite tra Bertinotti e Ferrero sul “governissimo” non riguardano questioni di principio, ma la guerra di posizionamento interno per il controllo del PRC e della sua segreteria.
Gli operai e lo stesso PRC sono solo pedine di uno spregiudicato gioco di scambio sui più diversi tavoli. Ieri, oggi, domani.
Il Partito Comunista dei Lavoratori fa appello a tutti i militanti onesti e agli elettori critici delle sinistre di Governo perchè traggano un bilancio definitivo di questi due anni, rompano con quei partiti, si raccolgano attorno al PCL.
I due anni del governo Prodi sono stati la conferma più clamorosa delle scelte e delle posizioni del Partito Comunista dei Lavoratori.
Siamo quella sinistra che, controcorrente, aveva denunciato e previsto natura e politiche del centro sinistra. Quella sinistra che due anni fa ha respinto ogni compromissione con il governo dell’Unione. Quella sinistra che per due anni si è puntualmente opposta alle sue politiche antioperaie, alle sue finanziarie, alle sue missioni militari, lavorando a costruire su questa base la più ampia unità d’azione tra tutte le forze disponibili.
Altri soggetti, anche “critici” (come Sinistra Critica), hanno votato 23 volte la fiducia al governo Prodi (persino sulla finanziaria dei 35 miliardi) salvo differenziarsi alla vigilia del suo crollo. Noi no. Non facciamo mercato dei principi: l’opposizione al governo della settima potenza capitalista del mondo non può essere merce di scambio, nè può valere a corrente alternata.
Quando rompemmo con il PRC in occasione del suo ingresso al governo lo facemmo proprio attorno a questo principio. E a partire da questo principio abbiamo lavorato a costruire il Partito Comunista dei Lavoratori che recentamente ha celebrato il proprio congresso fondativo: convinti come siamo che solo un partito di classe indipendente di rigorosa opposizione, basato su principi chiari, può lavorare a ricondurre le lotte parziali ad una prospettiva anticapitalista, quale unica vera alternativa. Evitando che i movimenti siano usati e subordinati ancora una volta agli interessi dei loro avversari.
Tanto più in questo quadro il Partito Comunista dei Lavoratori si prepara alle probabili elezioni politiche anticipate come forza indipendente e alternativa: quale unico partito della sinistra che per due anni si è opposto al governo Prodi. Solo una sinistra che non ha tradito e non si è compromessa può garantire che non tradirà.
Peraltro la più ampia presentazione del PCL alle elezioni può rappresentare un importante volano del suo sviluppo, dell’estensione della sua presenza, del suo radicamento sociale, rafforzando il processo di costruzione del partito indipendente della classe. E questo è ciò che risponde all’interesse generale del mondo del lavoro.
Per questo non ci interessano pasticci elettoralistici senza futuro con altre linee e progetti. Per noi la scelta elettorale è subordinata alla costruzione di un partito rivoluzionario, non viceversa.
Per questo facciamo appello a tutti coloro che riconoscono l’esigenza di una sinistra che non tradisca a raccogliersi attorno alle liste del partito comunista dei lavoratori e a costruire con noi la sua campagna elettorale.
Peraltro la profondità della crisi sociale e politica italiana, la stessa profondità della crisi delle sinistre, richiedono una risposta di fondo, un’alternativa complessiva, radicale, di sistema. Tanto più oggi non basta rincorrere obiettivi contingenti e iniziative di movimento. E’ necessario ricondurle a un progetto generale: alla costruzione di un’altra direzione del movimento operaio e dei movimenti di lotta, sulla base di un programma rivoluzionario. Questa è la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.
La crisi italiana rivela il fallimento storico delle classi dirigenti del Paese e del loro progetto di Seconda Repubblica. Le loro promesse sono state smentite dai fatti.
Si è allargata la miseria sociale del mondo del lavoro. Si è aggravata, sotto tutti gli aspetti, la questione meridionale. E’ precipitata la condizione ambientale, per effetto del saccheggio capitalistico del territorio. La camorra e la criminalità organizzata si sono riaffermate, in osmosi col capitale finanziario e con larghi settori dell’apparato dello Stato.
Parallelamente vengono attaccate conquiste democratiche apparentemente consolidate (la L. 194) e addirittura criminalizzate le più elementari domande di laicità (come alla Sapienza). Mentre si espandono le politiche di guerra dell’imperialismo italiano e si assiste ad un’autentica “sacralizzazione” del sionismo, proprio nel momento della sua barbara aggressione contro il popolo palestinese.
E tuttavia il complesso di queste politiche non ha il consenso della maggioranza della società. Ed anzi ha scavato silenziosamente per vent’anni un fossato sempre più profondo tra scelte dominanti e senso comune di grandi masse. Milioni di lavoratori e di giovani consumano la propria rottura con una “politica” sempre più percepita come dimensione lontana, cinica e corrotta. Il fatto che questa rottura sia prevalentemente passiva non toglie che sia radicale. L’odio diffuso per i privilegi istituzionali della cosiddetta “casta” ha questa radice.
Le forze dominanti cercano di reagire a questa profonda crisi di consenso con strumenti diversi e combinati: la corresponsabilizzazione delle sinistre e delle burocrazie sindacali (concertazione); il ricorso al populismo anti-immigrati come valvola di sfogo reazionario dell’insoddisfazione sociale e mezzo di divisione dei lavoratori; la ricerca di leggi elettorali ancor più truffaldine che garantiscano a tavolino ai partiti dominanti e ai loro governi una rappresentanza parlamentare maggioritaria e artificiale.
Ma resta il fatto che la borghesia italiana, sotto la pressione della nuova competizione mondiale, non ha nulla da ridistribuire alle classi subalterne. Mentre proprio la crisi del governo Prodi, e l’esplosione delle contraddizioni interne a Centrodestra e Centrosinistra negli ultimi mesi rivelano le difficoltà irrisolte della borghesia nella stabilizzazione del suo equilibrio politico-istituzionale. Ciò che a sua volta alimenta la lotta interna all’apparato dello Stato, con effetti di nuove crisi e nuove instabilità.
Il movimento operaio è l’unico soggetto potenzialmente capace di porre rimedio alla crisi italiana. Può farlo alla sola condizione di rompere con le classi dirigenti del Paese, di promuovere una soluzione anticapitalistica della crisi, di candidarsi al governo dell’Italia sulla base di un proprio programma indipendente, di raccogliere e organizzare attorno a questo programma l’enorme rabbia sociale che cova in vaste masse popolari.
La proposta di un polo autonomo di classe e anticapitalistico, affermata dal nostro Congresso, è più che mai confermata dallo svolgimento della crisi politica. Peraltro solo la lotta vera per un’alternativa anticapitalista e un governo dei lavoratori può consentire, come sua risultante, la difesa di conquiste parziali o il conseguimento di nuovi obiettivi.
Come PCL siamo stati e siamo presenti in ogni lotta di opposizione. Siamo stati e siamo nel movimento contro la guerra, in un fronte unitario di lotta che sin dall’inizio ci ha visto partecipi e che abbiamo contribuito a costruire. Siamo stati e siamo in ogni azione di lotta e di sciopero contro le finanziarie del governo e gli accordi di concertazione (protocollo di luglio). Più in generale siamo stati e siamo, incondizionatamente, per la massima unità d’azione sul terreno della lotta, attorno a obiettivi comuni, tra tutte le forze che si oppongono alla borghesia, ai suoi partiti, ai suoi governi. Talvolta contrastando logiche di veto o riflessi autoconservativi di componente, a scapito dello sviluppo reale del movimento: come quelli che hanno spinto il grosso delle stesse forze anticoncertative a respingere la nostra proposta unitaria di promozione di una grande assemblea nazionale di delegati del NO al protocollo, che desse continuità e prospettiva al NO di un milione di lavoratori a partire dalle grandi fabbriche.
Con la stessa logica unitaria avanziamo la parola d’ordine di una grande vertenza generale unificante dell’intero mondo del lavoro attorno a una piattaforma di svolta: che parta dalla rivendicazione di forti aumenti salariali per tutto il lavoro dipendente; della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro; del ritorno della previdenza pubblica a ripartizione. Perché la stessa esperienza del negativo accordo dei metalmeccanici, che addirittura aumenta straordinari e flessibilità, dimostra che senza una vertenza generale, nel recinto delle singole categorie, anche le lotte più avanzate sono esposte al recupero concertativo.
Al tempo stesso non ci limitiamo ne a parole d’ordine contingenti, né a una pura orbita “sindacale”. Non ci chiudiamo in una pura logica antagonista. Avanziamo una proposta programmatica generale, che parta dall’insieme delle emergenze della crisi italiana, per ricondurle alla prospettiva della rottura anticapitalistica, del governo dei lavoratori. Perché solo questa prospettiva dà un senso compiuto alle lotte di ogni giorno, preserva l’autonomia dei movimenti, costruisce l’unità delle loro ragioni.
1) Contro la barbarie degli omicidi bianchi nei luoghi di lavoro, rivendichiamo non solo l’abolizione delle leggi di precarizzazione, ma la galera per i padroni responsabili dell’insicurezza e l’esproprio delle loro aziende, senza indennizzo e sotto controllo operaio a partire dalla Thyssen Krupp. Più in generale rivendichiamo il controllo dei lavoratori, con poteri di veto, su tutti gli aspetti dell’organizzazione del lavoro.
2) Contro l’ingovernabilità della gestione rifiuti entro le attuali leggi del profitto, rivendichiamo il carattere pubblico, sotto controllo popolare, dell’intero sistema di raccolta e di smaltimento; l’esproprio dei terreni delle discariche (in mano alla camorra) per la loro bonifica; un grande investimento di risorse pubbliche in una capillare raccolta differenziata, sull’intero territorio nazionale, finanziato dalla tassazione di grandi profitti e patrimoni.
3) Contro l’usura legale dei mutui versi milioni di lavoratori e di famiglie rivendichiamo la nazionalizzazione delle banche (vera “associazione a delinquere”) senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori; l’annullamento dei debiti contratti, sotto ricatto, da milioni di persone; la nascita di un unico istituto di credito pubblico, sotto controllo popolare, come mezzo di sostegno a lavoratori e artigiani, piccoli commercianti, oggi torchiati e truffati dalla banche.
4) Contro l’imperialismo italiano e i sui costi sempre più ingenti, rivendichiamo non solo il ritiro immediato e incondizionato dalla truppe da tutti i teatri di guerra, ma l’abbattimento delle spese militari, la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’industria bellica (come premessa della sua riconversione), l’abolizione della diplomazia segreta, il sostegno al diritto di resistenza di tutti i popoli oppressi e aggrediti -a partire dal popolo palestinese- per il loro pieno diritto di autodeterminazione.
5) Contro i privilegi materiali del Vaticano e di un clericalismo sempre più invadente e arrogante, rivendichiamo non solo la difesa della legge 194, dei diritti civili, dei principi di laicità; ma l’abolizione dei fondi pubblici a scuole e università private e confessionali, la fine dell’esenzione fiscale della Chiesa( iva e ici), l’esproprio delle grandi proprietà immobiliari del clero da destinare ad uso sociale.
6) Contro i privilegi delle istituzioni borghesi e del loro parlamentarismo, contro la natura di un apparato statale burocratico estraneo e ostile alle grandi masse, rivendichiamo uno stato di tipo nuovo basato sull’autorganizzazione democratica dei lavoratori e sul loro potere, sulla revocabilità permanente di ogni eletto; sulla abolizione di ogni privilegio degli eletti rispetto ai loro elettori: con la retribuzione di un deputato del popolo non superiore a 2000 euro.
Questo programma non rispetta le compatibilità del sistema capitalistico, ma le esigenze oggettive dei lavoratori e delle classi subalterne. Anzi mostra come la soluzione vera e reale di queste esigenze richieda la rottura con il capitalismo e un governo dei lavoratori.
Il Partito Comunista dei Lavoratori si impegna a raccogliere attorno a questo programma tutte le energie disponibili, a partire dal mondo del lavoro.
La proposta “ se ne vadano tutti governino i lavoratori” è la nostra risposta alla crisi sociale e politica italiana. E’ e sarà l’asse caratterizzante della costruzione del PCL, del suo intervento nei movimenti, della sua stessa campagna elettorale.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
28 gennaio 2008

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